UN POSTO AL SOLE ANTICIPAZIONI: GIANLUCA SI UBRIACA DAVANTI A TUTTI, IL VULCANO TREMA
Napoli si è svegliata con un brivido nell’aria, e non per colpa dell’autunno. Nel nuovo episodio di Un posto al sole, l’anima inquieta di Gianluca Palladini è esplosa davanti a tutti, trasformando il Caffè Vulcano in un teatro di dolore e verità. L’odore dell’alcol è diventato il suo marchio, un segreto che non può più nascondere. Cammina per i vicoli di Napoli come un uomo che ha perso non solo l’equilibrio, ma anche la direzione. Ogni passo è una confessione, ogni sguardo una ferita. Da giorni evita il padre Alberto, che si rifiuta di vedere la rovina del figlio, e Luca De Santis, il medico che ha capito troppo. Ma la verità, come l’alcol, trova sempre il modo di uscire allo scoperto. È al Vulcano che tutto esplode, in quella routine di caffè e sorrisi che per lui è diventata una prigione. Le bottiglie dietro al bancone, testimoni silenziose della sua dipendenza, lo chiamano come sirene, e Gianluca cede, fino a bere davanti ai clienti, davanti agli amici, davanti al padre stesso. Un gesto che non è solo un errore, ma un grido disperato.
Luca De Santis aveva provato ad avvertirli tutti: Giulia, Diego, perfino Alberto. Ma il silenzio è una colpa condivisa. Alberto Palladini, con la sua corazza di orgoglio e controllo, ha reagito come sempre: negando. “Mio figlio non ha bisogno della vostra pietà”, aveva detto, senza capire che quella frase era la condanna definitiva di un uomo incapace di accettare le proprie fragilità. Eppure, dietro la rabbia, il dolore lo divora. Lo sa bene Giulia Poggi, che ascolta le parole di Luca in una notte piena di inquietudine. “Non possiamo far finta di nulla”, sussurra. Ma quando il padre e il figlio si ritrovano faccia a faccia al Vulcano, è troppo tardi per i consigli e le mezze misure. Le luci calde del locale, la musica in sottofondo, i bicchieri che tintinnano: tutto diventa improvvisamente secondario. Alberto entra, lo guarda con occhi che tagliano. “Dobbiamo parlare”, dice. Ma la voce è un ordine, non una carezza. Gianluca si irrigidisce, poi esplode. “Hai mai guardato davvero chi sono? O hai sempre visto solo la tua delusione?” grida davanti a tutti. In quel momento il locale trema. Non per il rumore, ma per la verità che si spezza come un vetro.
Diego e Nunzio cercano di intervenire, ma sanno che è inutile. Luca tenta di mediare, ma viene travolto anche lui. “L’ho fatto perché ti voglio bene”, prova a spiegare al ragazzo, che invece lo accusa di tradimento. “Amore o compassione? O solo un altro modo per sentirti buono?”, risponde Gianluca, con la voce spezzata dall’alcol e dalla vergogna. Poi, davanti al padre, posa la bottiglia con un colpo secco. “Forse è già troppo tardi.” Esce dal locale e lascia dietro di sé un silenzio che pesa come una condanna. Nessuno osa parlare, solo Nunzio mormora: “Questa volta non tornerà a casa da solo.” E infatti non lo fa. Vagando per le strade di Napoli, il giovane Palladini affronta il suo abisso. Ogni riflesso delle vetrine, ogni luce del porto gli ricorda chi era e chi non è più. In un vicolo umido, stringe una bottiglia come fosse un’ancora. Quando Luca lo trova, seduto a terra, lui sussurra: “Non sono un bambino. Non ho bisogno di nessuno.” Ma Luca gli risponde con una frase che ferisce e salva allo stesso tempo: “A volte anche gli adulti hanno bisogno che qualcuno resti.”
E poi arriva Alberto. Lo stesso uomo che ha costruito muri per tutta la vita, ora si inginocchia davanti al figlio. “Sei sempre stato il mio problema, Gianluca, da quando sei nato e non sapevo come tenerti in braccio senza paura di romperti.” Per la prima volta la voce dell’avvocato Palladini trema. Gianluca lo guarda, incredulo, e mormora: “Ora è troppo tardi per imparare.” Ma quella frase, più che un rifiuto, è una supplica. Luca lo sa, e invita il padre a lasciarlo andare, almeno per un po’. “Non puoi costringerlo a guarire,” gli dice. “Devi solo fargli sapere che ci sei.” Quando il ragazzo, ore dopo, torna al Vulcano nel buio della notte, Diego lo trova tra i bicchieri rotti, circondato dall’odore acre dell’alcol. “Basta”, sussurra, ma sa che quella notte non sarà la fine, solo l’inizio della lunga battaglia. Il giorno dopo Napoli si sveglia sotto una pioggia sottile, come se il cielo stesso volesse lavare via la vergogna e la paura.
Gianluca è a casa, steso sul divano del padre, pallido, esausto. Alberto lo guarda senza parlare, poi gli dice piano: “Non sono fiero di quello che hai fatto, ma sono ancora tuo padre.” Il ragazzo, con la voce roca, risponde: “Tu non sai cosa vuol dire sentirsi vuoto. Io bevo perché non so come riempire questo silenzio.” E allora Alberto crolla, confessando per la prima volta la propria verità: “Io ho passato la vita a riempire il mio silenzio con il potere e la paura, ma la differenza è che tu hai ancora qualcuno accanto.” In quel momento, tra padre e figlio, si apre una crepa di luce. Al Vulcano, intanto, Silvia decide di chiudere il locale per qualche giorno: “La gente dimenticherà, ma noi no. Questo posto deve restare un rifugio, non un ricordo amaro.” La sera, al tramonto, Alberto e Gianluca camminano fianco a fianco nel cortile di Palazzo Palladini. Non parlano, ma il silenzio tra loro non è più un muro, è un ponte fragile. Sulle luci di Napoli che si riflettono nel mare, Gianluca chiude gli occhi. Il sapore dell’alcol è ancora lì, ma insieme a lui, per la prima volta, c’è anche il gusto della speranza.