LA FORZA DI UNA DONNA ANTICIPAZIONI: Bahar sorride a Piril davanti ai figli – poi ESPLODE fuori
C’era un silenzio sospeso nell’aria, uno di quelli che precedono le grandi rivelazioni. Bahar si era appena svegliata da una notte tormentata, con il cuore ancora in preda all’angoscia e ai ricordi di Nezir, l’uomo che come un’ombra aveva segnato ogni respiro della sua vita. Non immaginava che quel giorno avrebbe cambiato tutto, ancora una volta. A bussare alla porta fu Kismet, l’avvocata dal cuore saldo e dallo sguardo lucido, ma stavolta nei suoi occhi c’era qualcosa di diverso: un misto di speranza e inquietudine. “Bahar, devi ascoltarmi,” disse con voce tesa, “Arif è libero.” Quelle parole scossero l’aria come un tuono improvviso. Hatice, nella stanza accanto, lasciò cadere la tazza di tè, mentre Bahar restava immobile, con il respiro spezzato. Libero. Una parola che avrebbe dovuto significare pace, e invece portava con sé un senso di pericolo, un presagio amaro.
Kismet posò sul tavolo una cartella piena di documenti. “Ho trovato le prove che dimostrano la sua innocenza,” spiegò, “il giudice ha firmato la scarcerazione questa mattina.” Il sollievo si mescolò subito alla confusione. Tutto era avvenuto troppo in fretta, troppo facilmente. Bahar, mentre la notizia si diffondeva tra i muri della casa, si sentiva sopraffatta da un pensiero che la tormentava: chi aveva incastrato Arif e, soprattutto, chi stava manovrando la sua liberazione? Nisan e Doruk, ignari delle ombre che si muovevano intorno a loro, saltavano di gioia. Persino Piril, che da giorni si era chiusa in un silenzio inquieto, sentì un nodo alla gola. Ma mentre la gioia esplodeva, nell’aria aleggiava un dubbio gelido. Dietro quella libertà, c’era la mano di Nezir. L’uomo che nessuno riusciva a fermare, colui che trasformava ogni atto di bontà in un disegno oscuro.
Intanto, fuori dal carcere, Arif attraversava il cancello sotto un cielo grigio. L’aria sapeva di pioggia e di presagi. Kismet lo attendeva al di là della strada. “È finita,” gli disse, ma nella sua voce c’era più paura che sollievo. Arif inspirò profondamente, ma ogni respiro era intriso di sospetto. “Perché adesso?” chiese, “perché così all’improvviso?” L’avvocata non seppe rispondere. “Qualcuno là fuori non vuole che tu resti dentro, ma non per compassione. Credo che tutto questo sia solo l’inizio di un piano più grande.” Arif la fissò, gli occhi duri, consapevoli. “Nezir,” mormorò, come se pronunciare quel nome potesse evocarlo. Bahar, nello stesso istante, si affacciò alla finestra. Il vento muoveva le tende e per la prima volta sentì un brivido di speranza che le attraversava la pelle, ma dietro quel brivido si nascondeva un’ombra che cresceva lenta, silenziosa, come un presagio di tempesta.
La sera, la porta si aprì e il tempo si fermò. Arif era lì, in piedi, il volto segnato dalla prigionia ma lo sguardo ancora integro, profondo come il mare agitato. “Bahar,” disse soltanto, e in quella parola c’era tutto: dolore, riconoscenza, rimpianto. Lei si avvicinò, ma si fermò a un passo da lui. Le cicatrici del passato erano ancora troppo vive, le emozioni troppo forti per essere pronunciate. Hatice ruppe il silenzio con una voce tremante: “Finalmente sei a casa, figlio mio.” Arif la abbracciò, ma i suoi occhi restavano fissi su Bahar. “So che non hai mai creduto che fossi colpevole,” sussurrò. “Non è mai stato questo il punto,” rispose lei piano, “temevo solo che non avresti avuto la forza di tornare.” Le parole si infransero come onde su una roccia, ma non portarono pace. Perché in quell’abbraccio mancava la sicurezza, mancava la verità. E proprio mentre le emozioni si facevano più intense, un’auto nera si fermò davanti alla casa.
Da quell’auto scese Kismet, con il volto teso e una busta tra le mani. “Dobbiamo stare attenti,” disse entrando, “qualcuno vuole farci credere che la libertà di Arif sia una vittoria, ma in realtà è un messaggio.” Nessuno capiva. “Qualcuno ci sta spingendo tutti nello stesso posto,” aggiunse, “proprio come voleva Nezir.” Fu in quel momento che l’ombra del nemico riemerse più viva che mai. Un uomo in giacca scura, nascosto tra gli alberi, parlava al telefono con voce gelida: “Hanno abboccato. Tutti nello stesso luogo. Proprio come previsto.” La pace, ancora una volta, era solo un’illusione. Nezir non aveva dimenticato nulla. Dopo aver distrutto le loro vite, ora voleva distruggerli dall’interno. E mentre Bahar, Arif e Sarp si preparavano a nuove verità, Kismet trovava sotto la porta del suo studio una lettera anonima: “La libertà ha un prezzo. Pagheranno tutti.” La partita era appena cominciata, e questa volta nessuno sarebbe uscito illeso.