Yargı 20: l’atto d’accusa che decide i destini, un proiettile che cambia traiettoria, e un tradimento dentro la squadra

Ceylin trema di rabbia: “Io pensavo fossimo alleati. Come fa una mano a scrivere questo?”. L’atto d’accusa è stato depositato, e il suo nome pesa come una sentenza possibile. Ma tra le righe, Pars ha seminato indizi di dubbio: niente aggravanti forzate, riferimento esplicito a una “terza persona” sulla scena, e l’ombra del legittimo turbamento. Sembra clemenza? No: è strategia sotto pressione, perché il Procuratore capo pretendeva quel documento sulla scrivania all’alba. Ilgaz la tiene in piedi con la calma dei metodi: analizzare il tenzip zaptı, capire cosa vorrà la Corte, mappare i precedenti, trasformare l’angoscia in difesa “di pietra”. Il primo obiettivo è chiaro, quasi brutale: finché non si trova il tiratore, “il terzo uomo” resterà un fantasma e l’aula lo considererà un alibi. Ma la giustizia respira: il presidente Kemal è severo e lucidissimo, riapre la balistica, convoca chi ha scritto il rapporto sul verso di tiro, ordina una nuova perizia. Il destino si stringe tra un referto e un accertamento che potrebbe ribaltare tutto.

La faglia vera si apre in criminalistica, dove il dovere si contamina. Un guanto ritrovato con DNA di Ilgaz diventa il feticcio di un complotto. E quando un’agente, Göksu, viene prelevata tra colleghi increduli “per sospetto di alterazione delle prove”, il reparto intero perde l’innocenza. C’è chi ha varcato la soglia dello studio Tilmen, chi ha un registro telefonico fuori posto, chi giura di non sapere. L’armadietto di Göksu restituisce un sacchetto di capelli: prova schiacciante? O la perfezione di un incastro. La città, intanto, continua a scorrere; in centrale si mordono labbra e orgoglio. “Se non trovi chi ha manomesso, i nostri atti bruciano”, ringhia Eren. E proprio quando la custodia cautelare di Göksu pare inevitabile, una telecamera d’archivio fa quello che spesso non fa il coraggio: parla. Niyazi, il collega “amico di vecchia data”, è nel frame sbagliato al momento giusto. Il sospetto si fa certezza investigativa, l’ordine è secco: perquisire ovunque, bloccare le vie di fuga, salvare Göksu dal baratro dell’errore giudiziario. La squadra ingoia veleno e corre.

La corsa si trasforma in caccia sull’asfalto. Ceylin dice che è “bloccata nel traffico”, ma in realtà presidia l’ingresso di casa Niyazi: imprudenza o istinto? Quando l’uomo sfila via, Ilgaz si lancia dietro come un metronomo addestrato: cambio corsia, sguardo lungo, cintura allacciata all’ultimo, e rabbia domata in tecnica. Il Nord Marmara si apre come una lama, i cartelli lampeggiano, l’adrenalina vibra dentro l’abitacolo. “L’ha capito: accelera”, sussurra Ceylin, e l’auto di Niyazi diventa una confessione luminosa. Dalle radio rimbalzano coordinate, sirene, squadre che si spostano come pedine sul tabellone. La sbandata è questione di attimi: un imbuto di macchine rallenta, qualcuno bestemmia la sorte, ed ecco l’uomo che scende, mani in alto e un urlo già scritto: “Non andrò in prigione!”. Ilgaz apre un corridoio di parole: collaborazione, attenuanti, la differenza fra essere un burattino e un assassino. La notte sa di benzina e di fiato caldo; la resa è una porta che cigola prima di aprirsi.

Intanto in Tribunale si compone un mosaico di rigore. Il presidente Kemal non è “morbido”, è giusto: ordina nuova verifica del guanto, pretende il test di residui da sparo che stranamente mancava, chiama a rapporto Metin Kaya per chiarire l’angolo di tiro e ingaggia un perito esterno perché la scienza non abbia padrini. Pars, entrato in carica come un ciclone, rifiuta scorciatoie: “Finché non cade, l’accusa resta; ma se l’origine delle prove è viziata, sarò io a toglierla di mezzo”. È qui che Yargı alza la posta: gioca sul confine fra legge e fiducia, dove un caffè con tè in foglia e una battuta su biscotti “più sani” non addolciscono la responsabilità. Gli avvocati compilano memorie, stringono nodi fra perizie e giurisprudenza, e intanto salvano i dettagli che spesso salvano le vite: il verso del colpo, la traiettoria incompatibile, il terzo presente sul luogo. Il legal drama diventa dramma morale: come si resta squadra quando il traditore indossa la tua stessa divisa?

Alla fine, Yargı 20 non offre catarsi, ma un patto con lo spettatore: la verità non scende dall’alto, si arrampica. Ceylin smette di urlare solo per scegliere la guerra giusta; Ilgaz promette difesa “fino all’ultima goccia”, ma sa che senza il tiratore il loro caso è una barca senza timone; Pars regge il peso di un atto d’accusa che è scudo e lama insieme; Kemal mostra che la giustizia migliore è quella che dubita degli atti perfetti. E noi restiamo sulla corsia d’emergenza, con Niyazi ancora caldo di paura e una domanda sospesa: chi lo ha mosso? Chi ha seminato capelli, guanti, tracce? Seguite gli sviluppi, condividete l’articolo con chi vive di crime series e scrivete le vostre teorie: credete che il “terzo uomo” sia già nel fascicolo, nascosto in una nota di servizio? Iscrivetevi per non perdere il prossimo ribaltone: in questa città, la verità frena all’ultimo e solo chi guarda oltre il parabrezza arriva vivo all’udienza.