Yargı – Caccia a Engin: fuga dall’ospedale, un’auto fantasma e una verità che si nasconde tra i boschi di Şile

L’allarme scatta in un attimo: Engin è evaso dall’ospedale “saltando dal bagno”, Ceylin è irraggiungibile, i filmati di sorveglianza sono a pezzi come una catena di “negligenze” che Pars promette di far pagare fino all’ultimo bullone. Ilgaz, glaciale come sempre, rimette in fila i dati: i rinforzi sono “in arrivo”, ma non basta-serve mappare angoli ciechi, ricostruire traiettorie, fermare l’auto prima del confine. Al parcheggio, l’inquadratura si interrompe proprio all’uscita: i volti non si vedono, l’angolo della camera è stato cambiato, molte sono fuori uso “per mancata manutenzione”. Non è solo sfortuna, è una filiera di omissioni. Eren setaccia i frame, rallenta, riavvolge, mentre l’ipotesi più spaventosa prende forma: Engin non è scappato da solo. O peggio, non sa di avere un’ombra a bordo. Perché il segnale del telefono di Ceylin muore vicino all’ospedale-e poi si fa strada solo “sulla via”.

La tempesta legale comincia nell’ufficio di Pars. Yekta finge stupore, accusa, si divincola: “Perché mai aiuterei mio figlio? Siamo nemici.” Ma il copione della paranoia funziona a metà quando arriva la prova che brucia: una delle targhe in uscita dal parcheggio è intestata proprio a Engin. Alle 15:00 quell’auto ha sfondato la linea dei fatti, trasformando un reparto ospedaliero in un varco. L’esame lampo di Laçin è un duello al neon: ha usato la vecchia macchina del figlio “perché la sua era in officina”, le chiavi “devono essere cadute”, il resto “non lo so”. Pars, chirurgico, le mozza la via d’uscita: “L’auto è la stessa. Come le sono arrivate le chiavi?” Non è un interrogatorio, è una radiografia dei legami tossici. Mentre i varchi stradali si chiudono, Ilgaz impone la regola d’oro: “Niente spari. In vettura c’è un detenuto-e forse un civile.”

La sala MOBESE diventa una sala parto di indizi. Eren ingrandisce: “Eccolo. Procede lento, rilassato.” Ma la scoperta vera è una presenza che non si vede: Ceylin potrebbe essere in macchina, nascosta dove la camera non arriva. È il suo stile-ossigeno sostituito dall’adrenalina-e per questo Ilgaz non si concede tregua: ogni opzione va pesata, anche la peggiore. Intanto a casa Erguvan un altro vuoto fa rumore: Zafer è scomparso, un fioraio di cimitero lascia un messaggio in segreteria su “un tizio con un ragazzino” vicino ai cancelli. Due piste divergono e finiscono per toccarsi al centro del petto della stessa famiglia. Le pattuglie isolano gli svincoli, si ragiona come criminali: se Engin sa di essere braccato, cambierà auto in un luogo con poca gente e poche telecamere. La mappa stringe l’orbita su Reşadiye-Ömerli-Şile. Yekta ha proprietà da quelle parti? “Quasi certamente.” Parte l’incrocio catasto-anagrafe. Salta fuori una casa a Yeniköy, costa di Şile. Si va.

La notte dei boschi restituisce una sagoma: donna, capelli lunghi castano-ramati, cammina ferita sul bordo della strada. La radio sputa coordinate, l’auto di Ilgaz morde l’asfalto. “Potrebbe essere Ceylin.” Quando la trovano, lei trema, parla a scatti, ha addosso la polvere degli sterrati e la paura di chi ha visto qualcosa che non riesce a dire tutta insieme. Ilgaz diventa rifugio: coperta, cintura allacciata con mani che sanno essere ferme e gentili, “andiamo in ospedale”. Ma la propulsione investigativa non si ferma: le pattuglie allargano il raggio, ogni casolare può essere una tana, ogni rimessa una seconda auto. Eren corre avanti verso l’indirizzo di Yekta, Ilgaz fa il bilancio: se Ceylin è stata scaricata qui, Engin è ancora nei paraggi o ha appena cambiato vettura. Servono guanti, sacchetti, una catena di custodia pulita: “Prendete tutto, che parlino i dettagli.”

Dietro la caccia, le famiglie scricchiolano. A casa Kaya, Merdan vuole restare “nonno e patriarca”, Metin erige muri, Çınar confessa debiti morali e minacce ricevute, e il confine tra protezione e complicità si fa melma. Nel palazzo di giustizia, Pars brandisce il codice come lama: “Se avete un segreto, brucia anche la mia schiena.” La frase pesa su tutti: su Laçin che “perde” chiavi che non perde nessuno, su Yekta che improvvisa scenari per spostare il dubbio, su Ceylin che paga il prezzo del coraggio entrando nell’auto di un assassino per fermarlo prima che sparisca. L’episodio inchioda una certezza amara: i buchi delle telecamere non sono vuoti, sono storie che qualcuno non voleva vedere. E se la fuga di Engin è cominciata con un click di serratura, finirà con un click di manette. Non oggi, forse già domani, quando il sentiero di Şile avrà restituito l’altra metà della verità: il nascondiglio, l’auto di ricambio, la mano che ha passato le chiavi. Fino ad allora, tenete il fiato: in Yargı, la giustizia arriva sempre-ma pretende che qualcuno, prima, paghi il pedaggio del proprio segreto.