Processo Episodio 42: una pallottola nel cuore, il silenzio in aula e l’ombra dell’inganno
C’è fango sui sentieri di Şile e un cuore trafitto al centro della foresta: Engin Tilmen viene trovato morto, colpito al petto, due spari, uno solo a segno, bossoli e arma inviati alla balistica. Le impronte? Quelle di Ceylin Erguvan Kaya, avvocata, moglie del procuratore Ilgaz. È l’innesco perfetto di un dramma giudiziario che mastica onore, colpa e verità a brandelli. Pars, il PM che guida l’indagine, ordina a Ilgaz di lasciare la scena: “Se non esci, apro un procedimento per inquinamento di prove.” È un confine disegnato con il gesso tra dovere e amore. Nel frattempo, una registrazione spunta come un chiodo sotto il tappeto: l’avvocata Seda porta le immagini della trappola ai danni suoi e di Engin, i negozi attorno hanno visto, le borse si aprono da sole, i libri cadono, i passaggi di mano non sono innocenti. Ma la notizia travolge tutto: Engin non è più un fuggitivo, è un cadavere. E l’onda raggiunge ogni riva.
Il porto più investito è quello della famiglia Tilmen. Yekta, padre monolite, sussurra vendetta con la compostezza di chi ha pianto già da solo: “Se sono Yekta Tilmen, farò di Ceylin un esempio.” Le telecamere attendono la sua dichiarazione come pioggia su una piazza spaccata. Dall’altra parte, in casa Erguvan, si prega, si urla, si nega: “Mia zia non farebbe del male a nessuno.” Ma la città ama i processi prima dei tribunali, e il corridoio della corte diventa un’arena. Ceylin viene portata per l’interrogatorio. Non ha il suo avvocato, non ancora; Ilgaz tenta di restarle accanto, ma la procedura è una porta che si chiude: “In aula, solo il difensore.” Lei dice di non ricordare, brandelli di immagini: un corridoio d’ospedale, un fischiettio, la stretta di un’auto, una canzone storta. Pars snocciola prove come pietre in tasca: orologio di Ceylin accanto al corpo, impronte sull’arma, residui di polvere da sparo sulle mani, corrispondenza tra bossoli, proiettili e la pistola. È una catena indiziaria che sembra senza maglie rotte. Sembra.
Ilgaz però combatte contro la logica delle carte con la fede di chi conosce il colore dell’anima amata. Ceylin può essere furia e ferro, lo ammette lei stessa: “Gli avrei fatto del male, l’ho quasi fatto.” Ma il quasi non è un verdetto. Il PM ricorda a tutti che la procedura non è vendetta; Neva, collega e coscienza, stuzzica i sospetti: l’indagine è davvero libera da rancori e desideri? Pars si irrigidisce, ma resta nel solco: “Non favorisco nessuno, non schiaccio nessuno. Seguo le prove.” Intanto, fuori dal palazzo, i microfoni fischiano. La cronaca vuole un colpevole per saziare la fame del pubblico, ma la storia sussurra di un’altra trama: chi ha orchestrato la fuga di Engin? Chi ha manipolato le scene ai danni di Seda? Chi ha spinto i due, vittima e presunta carnefice, fino al duello nel bosco? Le orme raccontano una camminata insieme, poi spinta, deviazioni, infine il faccia a faccia. Dramma o montatura?
Nel ventre della città, i padri si fanno giudici ancor prima dei giudici veri. Metin affronta l’uomo che odora di sangue antico, promette che, se troverà un filo, lo tirerà fino a scorticare la verità. È la legge non scritta del clan e della divisa, una guerra che corre parallela ai fascicoli. Yekta chiede giustizia a voce alta e punizione esemplare, ma la sua compostezza nasconde una tempesta che nessuno vuole vedere: la colpa chiede sempre un altare, e il nome di Ceylin è facile da incidere. Quando arriva la decisione, la città trattiene il respiro: la corrispondenza balistica conferma, lo STUB sulle mani pure, l’orologio è una firma senza inchiostro. Pars chiede la custodia cautelare. In aula, alla domanda più semplice – “Sei stata tu?” – Ceylin sceglie il silenzio come scudo. E il giudice, davanti alla parola “omicidio”, sente accapponarsi la pelle: decisione secca, “custodia in attesa di giudizio”.
Il sipario cala su una verità zoppa. Perché anche quando tutto punta in una sola direzione, il teatro del crimine sa mascherare le entrate laterali. Chi ha posato quell’arma, chi ha guidato i passi nella foresta, chi ha deciso l’ora, la canzone, la distanza tra il grilletto e il cuore? Processo Episodio 42 non offre pace: spinge Ceylin nel buio legale, inchioda Ilgaz alla fede, arma Yekta di una crociata, e lascia Pars camminare su un filo di rasoio tra rigore e responsabilità. La città aspetta il colpo di scena, e forse è già accaduto sotto i nostri occhi: nel momento in cui una donna che brucia di giustizia sceglie di tacere, non per paura, ma per non dare alla menzogna un’altra parola da piegare. Non perdere il seguito: quando la balistica parla, spesso mente qualcun altro. E il bosco, che ha visto e sentito tutto, non ha ancora finito di raccontare.