Un Posto al Sole 30, intervista Marina Tagliaferri
Un Posto al Sole compie 30 anni: la voce di Giulia, tra famiglia, memoria e responsabilità civile
Trent’anni dentro la stessa storia, ma mai lo stesso personaggio. Marina Tagliaferri, il volto di Giulia dal 1996 con una pausa breve, racconta un paradosso bellissimo: restare significa cambiare. “Siamo cresciuti e invecchiati dentro”, confessa con un sorriso che sa di casa, ricordando Nico bambino sotto il suo gomito e oggi adulto che la supera di spalle e di vita. Non è la gabbia del ruolo lungo, è il privilegio di attraversare stagioni vere: Giulia è stata madre, assistente sociale, nonna, innamorata dopo i 60. Il tempo non l’ha cristallizzata: l’ha costretta a muoversi. È qui la risposta a chi teme l’“imbrigliamento” degli attori seriali: a Un Posto al Sole non abiti un costume, abiti una traiettoria. E quando una serie diventa “storia italiana”, dice Marina, non è più solo lavoro: è appartenenza. Andarsene sarebbe lasciare una famiglia.
Il set come famiglia, senza retorica: la comunità che crea senso. “Sembra retorico dirlo, ma è davvero una famiglia: passiamo più tempo insieme che con i nostri cari”, ammette Tagliaferri. La continuità costruisce una grammatica affettiva: i saluti che diventano riti, i ritorni che scaldano, le mancanze che pesano. Cita con gratitudine Teresina, l’indimenticabile Anna Schiavittaro, come segno di una memoria che non sfuma; e sorride all’aneddoto di Bricca, il cane “doppiato” da Nunzia Schiano nell’episodio 6000, quando la cagnolina ha fatto da narratrice della comunità. Sono dettagli che spiegano il segreto della longevità: il pubblico riconosce la stessa trama di legami che abita le sue cucine e i suoi pianerottoli. Il set è un quartiere morale che resiste ai cambi di moda perché coltiva il valore più raro dell’intrattenimento: la continuità emotiva.
Giulia, laboratorio di vita: cadute, riscatti, corna e ritorni al passato. “A Giulia è successo di tutto”, sorride Marina, e l’elenco suona come un romanzo civile. L’assistente sociale che attraversa la fragilità degli altri e inciampa nella propria, il matrimonio con “Marzi” che attraversa tradimenti e separazioni, i nuovi amori, la maturità che non rinuncia alla passione. Non è nostalgia, è prospettiva: “Rifare lo stesso personaggio trent’anni dopo, invecchiati davvero”, dice, è un gesto quasi cinematografico alla Harrison Ford, ma senza trucco. Il corpo che cambia, la voce che si abbassa, l’esperienza che pesa: ogni ritorno è una verifica di verità. È così che la soap diventa specchio: non vende giovinezza infinita, racconta la dignità del tempo che passa e l’arte di rimettere insieme i pezzi senza fingere che non si siano rotti.
Dal set alla società: quando la fiction si assume un dovere. “Siamo portatori sani di storie”, afferma Tagliaferri, ricordando che i sentimenti scritti dagli autori generano reazioni reali. Qui sta la responsabilità: trattare temi come l’Alzheimer con rispetto, perché possano aiutare lo spettatore a riconoscersi, a chiedere aiuto, a non sentirsi solo. È la cifra di Un Posto al Sole: intrattenere e, insieme, accompagnare. L’effimero dell’attore si fa utile quando accende riflessioni che migliorano la vita concreta. La serie ha sempre scelto la contemporaneità scomoda: dipendenze, violenza, lavoro, diritti. Giulia, professionista dell’ascolto, è un ponte narrativo tra il dolore e le risposte possibili; Marina ne difende l’etica: niente prediche, ma storie che spostano di un millimetro alla volta, quanto basta per cambiare traiettorie.
Trent’anni come promessa: grazie al pubblico, prossima fermata 30. L’intervista si chiude con un ringraziamento semplice e potente: “Senza di voi, non ci saremmo neanche noi.” È un patto rinnovato alla vigilia dell’anniversario tondo: 29 passati, 30 alle porte. Un Posto al Sole non celebra solo numeri, celebra la fedeltà reciproca tra chi crea e chi guarda. La festa, però, non è autocelebrazione: è invito a restare, a commentare, a portare a casa le domande che la storia pone. Perché se un’opera entra nella storia italiana, lo fa quando il pubblico la riconosce come lingua comune. Allora, lettore, tocca a te: quale fase di Giulia ti ha aiutato di più a leggere la tua vita? Cosa vorresti che la serie raccontasse sul tema dell’Alzheimer per essere ancora più utile? Condividi, iscriviti, partecipa: la famiglia di Palazzo Palladini è grande quando si allarga. E il trentesimo anno promette ciò che conta davvero: verità, coraggio e quella carezza discreta che fa la differenza nei giorni difficili.