Yargı episodio 290: un compleanno sotto arresto, una pistola “sbagliata” e una fuga che diventa indagine parallela

La notte del compleanno rubato: Gelin mente per proteggere la famiglia, mentre l’ombra dell’omicidio si posa su di lei e su Ilgaz. Il commissariato odora di lampade al neon e caffè bruciato quando Gelin, avvocata e figlia devota, chiede di uscire “solo per stasera”: è il suo primo compleanno con il padre dopo cinque anni di carcere. La vedevolezza emoziona persino il procuratore, ma la tenaglia dei fatti non molla. L’unità informatica non ha ancora chiuso i tabulati, il medico legale stringe l’orario della morte tra l’1:00 e le 2:00, e Ortaköy diventa il crocevia del sospetto: lì era il telefono di Gelin, lì si consuma la fine della vittima. Lei promette di restare reperibile, firma e va via, mentre a casa spegne candele che non si accenderanno: la festa è pronta, ma la protagonista non arriva. Sul tavolo, tra bicchieri e attese, il padre riceve la notizia che nessun genitore vorrebbe: Gelin è ricercata, non è al distretto. La verità più amara? Ha mentito per non distruggere il padre con lo scandalo di sua sorella, Inci, precipitata in un adulterio tossico con un professore sposato.

La pistola del procuratore: prova regina o trappola perfetta? Ilgaz e Gelin diventano i sospettati che inseguono la verità. Due parole incendiano l’inchiesta: arma del delitto. La balistica chiude il cerchio con una violenza glaciale: la pistola ritrovata accanto al corpo è intestata a Ilgaz, procuratore che ha fatto della correttezza la sua religione. Le impronte di Gelin su un vaso, il suo biglietto da visita in casa della vittima, i tabulati a Ortaköy: i dettagli non combaciano con l’innocenza, ma gridano “montatura”. Un dirigente, con voce che trema tra dovere e paternità, vibra: “Gaz è mio figlio.” La capa ordina il distacco immediato; la squadra, divisa tra lealtà e protocolli, comincia a tallonare i due. Ilgaz e Gelin, intanto, scelgono la strada più pericolosa: non scappano dalla giustizia, la anticipano. Se la legge li guarda come colpevoli, saranno loro a ricostruire la scena, partendo dal bar, dalle telecamere e da un’auto-mistero.

La caccia all’uomo: Adam Tonka, l’auto con targa nitida e il filo che porta lontano da Istanbul. La videocamera non mente: lo stesso uomo che innesca la rissa “teatrale” al bar per agganciare Gelin segue la sua auto, chiama la vittima, orchestra l’imbroglio. La targa è leggibile, il nome è Adam Tonka, appena uscito di prigione e già in rotta verso ovest. Iran, l’investigatore, conferma: il cellulare di Ilgaz “respira”, la scia punta a Izmir e poi a Dalyan. La coppia-tandem, lei ironia tagliente e lui rigore in crisi, imbocca l’autostrada con una regola semplice: nessun telefono, nessuna traccia, solo la verità come carburante. La mossa è audace e borderline, ma l’alternativa è peggio: essere arrestati prima di avere un nome, un movente, una mano che ha preso l’arma di Ilgaz e l’ha trasformata in cappio. Nel frattempo, al distretto, qualcuno sussurra ciò che nessuno dovrebbe dire ad alta voce: “Ilgaz, sospettato principale.” È il punto in cui la serie mette in gioco il suo cuore morale: cosa resta della legge quando il suo custode diventa bersaglio?

La sorella caduta e la catena degli errori: Inci, la violenza “rispettabile” e il prezzo del silenzio. Il sottotesto esplode in primo piano quando Gelin racconta la verità a metà che non ha osato verbalizzare agli atti: Inci è stata picchiata dalla moglie del professore amante, umiliata in strada e nascosta di notte nell’appartamento di un’amica per sfuggire alla tempesta. Una famiglia uscita a fatica dal carcere non reggerebbe l’onda di vergogna; e così Gelin tace all’autorità e protegge a casa, firmando il proprio mandato d’arresto etico. Ma quella notte è anche la finestra temporale dell’omicidio, il che fa della sua scelta un boomerang. Ilgaz ribalta la colpa in strategia: se tutto è stato “inscenato” per inchiodarli, allora l’aggressione a Inci è un tassello dello stesso puzzle. Il video di un cliente, il cassiere che ricorda un litigio, la targa di Adam, il bacio mai dato ma sussurrato dal pettegolezzo: ogni elemento è una corda che qualcuno ha intrecciato con pazienza crudele per impiccarli entrambi.

Il patto nel vento: inseguire Adam, provare l’innocenza, accettare il rischio di perdersi. E tu da che parte stai? Dalyan si apre come un miraggio di acqua e canneti mentre al distretto si firma un mandato di cattura. Ilgaz chiama una collega fidata, chiede fascicoli su Adam, ricostruisce legami con la vittima: soldi, ricatti, un piano di vendetta dichiarato in un sussurro registrato. Sul sedile, Gelin scherza per non cedere al panico, poi guarda fuori e dice piano: “Se saltiamo nel vuoto, almeno cadiamo insieme.” È la dichiarazione più romantica e più legale della stagione: un procuratore e un’avvocata che scelgono di credere nella verità prima ancora che in sé stessi. E mentre la polizia stringe il cerchio, un’informazione ribalta il gioco: Adam ha parlato di “uccidere una donna e far ricadere la colpa su Ilgaz”. Non è più un sospetto: è un copione. Ora serve fermarlo prima che sparisca per l’ennesima volta oltre la curva della costa. Commenta la tua teoria: chi ha commissionato la trappola, e perché? Condividi l’articolo e iscriviti agli aggiornamenti: in Yargı 290 la giustizia non dorme, ma per una notte cammina senza distintivo, inseguendo un’auto e una verità che non si lascia ammanettare.