Yargı 62: tra dossier segreti, amnesie utili e una pistola che parla più di tutti

Il corridoio del tribunale ha l’odore metallico delle verità a metà quando la porta si chiude dietro Ceylin: terra sui polsi, taglio alla tempia, memoria spezzata nel punto esatto in cui conviene a tutti. Nel bosco di Şile, Engin giace con un foro preciso al cuore; in ospedale, i medici scandiscono parole fredde come referti: shock, trauma cranico, nessuna violenza sessuale. La scientifica raccoglie un orologio nell’erba, due bossoli, impronte utili su un’arma; il profilo che emerge disegna una colpevole perfetta. Yekta, padre-lupo e avvocato spietato, non piange: morde il vetro della sala fermati e rovescia la sua fame di giustizia su chiunque respiri. Pars indurisce i bordi della procedura, Eren corre tra laboratorio e interrogatori, Ilgaz tiene insieme dovere e amore come si tiene una diga con le mani. E poi c’è la città, che spettegola in tempo reale: la colpa diventa hashtag, il lutto si usa come clava. Ma il bosco non mente: i tempi non combaciano, il colpo alla testa di Ceylin non è figlio dell’omicidio, e quell’orologio, se è suo, perché è tornato sulla scena come un attore chiamato a coprire il buco?

Il “pulitore” Niyazi: due cold case, una firma balistica e troppe mani pulite

Mentre il dolore di Yekta incendia gli androni, un’altra verità prende corpo al neon della squadra omicidi. Dalla casa di Niyazi, poliziotto apparentemente impeccabile, salta fuori una pistola che parla lingue antiche: le rigature combaciano con due delitti irrisolti. Musa Endermenci, imprenditore ucciso a Kartepe due anni fa; un corriere freddato nel 2012 con un colpo alla fronte in una casa che non era la sua. Coincidenze? No, una firma. Ma Niyazi non lascia briciole: HTS ripulite, niente tracce a Şile il giorno di Engin, conti in banca immacolati, eventuali cachet pagati in contanti. Il profilo è quello del “temizlikçi”, il pulitore: chi entra, fa, cancella e scompare. Eren monta una task force a raggiera: parenti, colleghi, vicini, abitudini, orari, tutto in griglia. Perché i mostri veri non urlano: lavorano a regola d’arte. E se Niyazi ha alterato la scena non per proteggere qualcun altro ma sé stesso, allora Ceylin è solo la distrazione perfetta, un cerchio che si chiude troppo in fretta per non essere stato disegnato.

Trame basse: l’assalto legale di Yekta, il dubbio di Derya e la mossa di Ceylin

Nel frattempo, la guerra si sposta dove Yekta è re: carta bollata e suggestioni. Scova un episodio di due mesi prima in cui Ilgaz, allora pubblico ministero, aveva messo Ceylin in custodia dopo un’aggressione in strada: materiale per costruire un profilo di “ira incontrollabile”. Ordina un caffè doppio e un test psichiatrico, poi arruola Cüneyt, ex di Ceylin, per una testimonianza velenosa: “È imprevedibile, pericolosa”. Sull’altro fronte, Derya, nuova procuratrice, legge i dossier con occhio clinico: conferma che Ilgaz non ha manipolato prove e che i guanti non sono suoi, ma gli addebita l’accesso non autorizzato alla scena. Non si fa incantare da nessuno, né dall’antico magnetismo di Yekta né dallo scudo di Ilgaz: “Fatemi vedere tutto, poi decido.” E Ceylin? Non aspetta: bussa alla porta di un vecchio leone della malavita in cerca di un’arma contro Yekta. Vuole il segreto che Engin usava per ricattare il padre, il peccato originale capace di capovolgere il tavolo. Nel suo mondo, la verità è una leva: se non ce l’hai, te la costruisci.

Murat, Laçin e la bugia con misura sbagliata: 11 mm che svelano un copione

La pista più sporca arriva dall’ospedale. Murat, infermiere, confessa di aver aiutato Engin a fuggire: chiavi nell’auto, jammer montato, una pistola nel cruscotto. Dice: “Era mia. Calibro 11.” Ilgaz lo guarda negli occhi e recita la sentenza che taglia la menzogna come un rasoio: “Sbagli. Era una 9 mm.” Se non sai che arma hai passato, di chi stai coprendo la mano? Intanto, Laçin, madre di Engin, ottiene un colloquio segreto in carcere: lacrime, promesse, una frase che pesa più di tutte. Qualcuno ha deciso che dovesse bruciarsi lei al posto di un altro. E una gola profonda racconta a Seda di aver sentito Yekta implorare Pars al telefono: “Non mettere il nome di Laçin nell’atto.” Un avvocato e un procuratore che trafficano il destino di una donna al telefono: se fosse vero, basterebbe da solo a far saltare un’aula. Ma la prova vive nei dettagli: un calibro sbagliato, un biglietto “smarrito”, visite notturne registrate a matita. La rete si stringe, ma su chi?

Amore, metodo e vendetta: chi reggerà lo sguardo del bosco

Quando Ilgaz dice a Ceylin “Non prometto miracoli, prometto metodo”, sceglie da che parte della storia vuole stare. La loro alleanza è un ponte sospeso: sotto c’è il vuoto dei sospetti, sopra corrono Yekta con le sue ombre, Pars con la sua intransigenza, Derya con il suo equilibrio feroce. Niyazi è il filo nero che cuce tre delitti con la stessa mano pulita; Murat e Laçin sono i pesi sul piatto sensibile di una verità che fa male; Cüneyt è la voce pronta a sporcare l’acqua; e l’orologio di Ceylin, lucido nell’erba, è la prova più fotogenica del caso, proprio per questo la più sospetta. Yargı 62 ci lascia sull’orlo: o Engin ha pagato il prezzo di un segreto più grande di lui, o qualcuno ha orchestrato una fuga, una caduta e un incastro perfetto. Restare a guardare non basta: torna qui per gli sviluppi, condividi la tua teoria e tieni d’occhio i dettagli. In questa guerra di dossier, è il bosco a decidere chi mente: e il bosco, quando parla, lo fa con numeri, traiettorie e orari. È ora di ascoltarlo.