Riccardo Polizzy Carbonelli: “I miei sogni da realizzare…”

C’è una sera in cui il teatro somiglia a un tribunale del cuore: luci calde, platea che mormora, un letto per due al centro della scena come promessa o condanna. Riccardo Polizzy Carbonelli entra e il silenzio si aggiusta da solo, perché la voce di chi ha attraversato i mari della TV e quelli più infidi del palcoscenico conosce il ritmo del respiro collettivo. In Un letto per due di Tato Russo, in scena fino al 23 novembre con la regia di Livio Galassi e accanto a Marina Lorenzi, l’attore amatissimo dal pubblico di Un Posto al Sole spoglia la notorietà televisiva e si consegna alla disciplina antica del teatro. Non ci sono collari che tengano, non c’è primo piano che salvi: il diaframma deve sostenere ogni sillaba, la battuta deve correre fino all’ultima fila senza perdere temperatura. È qui che comincia il dramma più vero: quello dell’arte contro l’abitudine, dell’artigianato contro l’illusione del microfono.

Polizzy Carbonelli lo dice senza veli, quasi fosse una dichiarazione d’amore e guerra insieme: la naturalezza da camera, perfetta davanti all’obiettivo, a teatro diventa trappola se dimentichi lo studio, la voce piena, la timbrica che sa reggere la notte. Eppure, dietro la fermezza del professionista, c’è la nostalgia dolente di una perdita che ancora fa eco: Ileana Ghione, maestra e faro, strappata via all’improvviso. È da quel vuoto che nasce la sua ostinazione: reinventarsi, dirigere, recitare, non risparmiare energie proprio quando la fatica incalza; capire che il palco non è un’abitudine ma un patto di sangue con lo spettatore. I nomi che sfilano nella sua memoria sono una carta dei cieli del novecento: Bramieri, Mazzamauro, Randone, Lionello, Piera Degli Esposti; e dietro, sul versante dei registi, le altezze di Bellocchio, Crialese, Tornatore. Ma nessun pantheon vale quanto la promessa quotidiana: restituire emozioni senza snaturare il mezzo.

C’è un’immagine che ferisce e consola insieme: il primo anno alla Scuola “La Scaletta”, un ragazzo che entra per curiosità e trova, all’improvviso, una vocazione. Voleva il cinema, confessa, e il teatro lo ha rapito per sempre. Forse perché il palco non concede scorciatoie: se sbagli, ti cade addosso come una pioggia di chiodi; se azzecchi il tempo, ti porta in braccio fino alla quinta. In Un letto per due, la commedia si fa bisturi: ride dove fa male, taglia dove proteggiamo, mette la coppia sotto una lente che deforma e rivela. E lui, Roberto Ferri per milioni di spettatori, accetta il rischio di farsi vedere senza armatura, lasciando che la voce, non il microfono, disegni i contorni dell’uomo. È lì che il pubblico riconosce la differenza: non la fama, ma il mestiere; non l’abitudine, ma l’allenamento; non l’effetto, ma la causa.

Poi c’è l’Italia, amata e storta, dove la cultura spesso prende posto in fondo al tavolo, “accessoria” proprio quando servirebbe come primo piatto. Parole amare le sue, eppure indispensabili: più ne hai, di cultura, meno sei ben visto. È un cortocircuito che fa rumore nelle quinte e nei corridoi dei teatri, nelle prove pomeridiane e nelle file serali al botteghino. Ma Carbonelli non si lascia piegare: il suo luogo del cuore è semplice e irriducibile – dove ci sono il sole, il mare e sua moglie Marina. Dentro questa bussola, i sogni smettono di sembrare ingenui e ricominciano a pretendere spazio. L’idea è una carezza e una sfida: riunire i compagni della scuola di teatro che hanno cambiato strada e portarli, tutti, su un palco. Non per nostalgia, ma per onorare l’inizio. Perché i sogni, quando tornano, chiedono platea, non corridoi.

E così questa intervista diventa un invito in prima fila: venite a vedere cosa resta del teatro quando togli il trucco e lasci la pelle; venite a sentire come vibra una battuta quando il diaframma fa il suo dovere e il microfono resta un optional; venite a scoprire che l’artigianato dell’attore è una promessa mantenuta sera dopo sera. Fino al 23 novembre, Riccardo Polizzy Carbonelli vi aspetta in Un letto per due: ridete dove punge, pensate dove brucia, applaudite dove serve. E quando uscite, portate con voi una domanda: in un paese che confonde spesso il rumore con la voce, siamo ancora capaci di riconoscere il lavoro dal suo respiro? Se la risposta è sì, allora condividete, parlatene, tornate con un amico. È così che i sogni si realizzano: biglietto in mano, cuore aperto, e una platea che non ha paura di scegliere la cultura come protagonista.