Upas, anticipazioni al 5 dicembre: Raffaele non sarà più il portiere di Palazzo Palladini
Nella penombra del cortile di Palazzo Palladini, l’aria sapeva già di dicembre. Le luci, ancora spente, pendevano inerti tra un balcone e l’altro, come promesse sospese. Raffaele Giordano appoggiò la mano sul portone che per anni aveva aperto e chiuso, quasi volesse sentirne il respiro un’ultima volta. Sapeva che quel gesto, così quotidiano, stava per trasformarsi in un addio. Da giorni lottava contro il nodo in gola: le notti insonni, i ricordi che si accavallavano, le voci dei condomini che erano diventati famiglia. Eppure, dentro di lui, una decisione si era fatta granitica. La pensione non era più un’ipotesi lontana, ma un traguardo inevitabile, scritto nelle rughe che gli segnavano il viso e nella stanchezza che gli pesava sulle spalle. Non si trattava solo di lasciare un lavoro, ma di chiudere un capitolo di vita. Ogni mattina, per anni, era stato il custode non solo del palazzo, ma anche dei segreti, delle lacrime e delle risate di chi lo abitava. E adesso, mentre il silenzio dell’alba lo avvolgeva, si domandava se quel palazzo avrebbe davvero potuto fare a meno di lui, o se fosse lui a non poter fare più a meno di quel portone verde e delle sue crepe familiari.
Renato aveva fiutato il pericolo del cambiamento molto prima degli altri. Il solo pensiero di un Palazzo Palladini senza Raffaele in portineria gli sembrava una bestemmia, uno strappo al tessuto stesso della loro storia. Così, quando Otello era tornato a farsi vedere tra quelle mura, non ci era voluto molto a convincerlo a unirsi alla sua battaglia. Seduti al Caffè Vulcano, i due avevano messo a punto un piano che, nelle loro intenzioni, sarebbe dovuto essere geniale: pressioni affettuose, ricatti emotivi, aneddoti ripescati dal passato per far vacillare l’amico. «Non puoi lasciarci proprio adesso», insisteva Renato, mentre agitava nervosamente il cucchiaino nel caffè. Otello, con lo sguardo lucido di chi rivedeva in Raffaele un riflesso del proprio passato, rincarava la dose, ricordandogli quanto fosse ancora necessario, quanto Palazzo Palladini avesse bisogno di lui. Ma, come spesso accade ai piani architettati con troppa presunzione, qualcosa sfuggì di mano. Le parole, invece di scaldare il cuore di Raffaele, finirono per ferirlo. Si sentì trattato come un uomo incapace di decidere della propria vita, come se la sua voglia di riposo fosse un tradimento. Nacquero incomprensioni, silenzi pesanti, sguardi sfuggenti sulle scale del palazzo. Renato, ferito nel suo orgoglio e nella paura di perdere il suo punto di riferimento, iniziò a isolarsi, come se quel futuro senza Raffaele fosse già iniziato e lui non sapesse come abitarlo.
Mentre il rapporto tra i due amici storici si incrinava, tra gli abitanti di Palazzo Palladini cominciava a circolare un nome con insistenza: Rosa. Nessuno lo diceva ad alta voce, almeno non all’inizio, ma tutti sapevano che, se qualcuno poteva raccogliere l’eredità di Raffaele, quella persona era lei. Rosa aveva imparato a conoscere ogni angolo del palazzo, ogni rumore del portone, ogni passo sulle scale. Aveva sofferto, lottato, si era guadagnata sul campo il rispetto di chi, un tempo, l’aveva guardata solo con sospetto. Eppure, la possibilità di diventare la nuova portinaia non era solo un’opportunità lavorativa: era un’investitura, un passaggio di testimone carico di emozioni e responsabilità. Raffaele la osservava da lontano, tra un turno e l’altro, interrogandosi se davvero fosse giusto chiederle di indossare quella divisa invisibile. Nei suoi occhi vedeva la stessa rabbia contro le ingiustizie che, da giovane, aveva bruciato anche in lui. Ma vedeva anche una fragilità che cercava un approdo. Palazzo Palladini poteva essere quel porto sicuro, oppure una gabbia dorata? Le voci correvano tra i pianerottoli, qualcuno dava per certa la nomina, altri storcevano il naso, attaccati disperatamente all’idea che nulla dovesse cambiare. Nel mezzo, Raffaele, diviso tra l’orgoglio di lasciare il posto a qualcuno degno e la paura che, una volta sostituito, potesse diventare solo un’ombra tra le tante.
L’arrivo del Natale rese tutto più acuto, come se le luci e i canti fossero una lente d’ingrandimento sulle ferite del palazzo. Il presepe di Palazzo Palladini non era mai stato un semplice addobbo: era il rito che teneva insieme gli inquilini, l’occasione in cui ognuno metteva un pezzo di sé tra le casette di sughero e i pastori di terracotta. Per Raffaele, quell’anno, diventò molto di più: il suo ultimo saluto, il testamento silenzioso di una vita spesa dietro a un bancone di portineria e in mezzo alle vicende degli altri. Lo preparò con una cura quasi dolorosa, scegliendo ogni dettaglio come se stesse scolpendo i propri ricordi: una casa con le finestre illuminate per ricordare chi non c’era più, un pastore con il viso stanco per sé stesso, una piccola figura femminile, fiera e solitaria, che sembrava avere i tratti di Rosa. Quando gli inquilini scesero per ammirarlo, il brusio di stupore fu attraversato da un filo di malinconia. Qualcuno capì immediatamente che quello non era un presepe come gli altri: era un addio. Gli occhi di molti si velarono, ma le parole restarono incollate alla gola. In quel silenzio carico, solo il mormorio della fontanella del presepe sembrava avere il coraggio di parlare. E Raffaele, in piedi accanto alla sua opera, sentì per la prima volta che forse era pronto a lasciar andare, anche se nessuno, nemmeno lui, sapeva davvero come si fa a congedarsi da una casa che non è solo un edificio, ma un pezzo di anima.
Eppure, in mezzo a quell’atmosfera sospesa, una domanda serpeggiava tra i corridoi: la decisione di Raffaele era davvero irrevocabile? Le pressioni di Renato e Otello avevano fallito, trasformandosi in ferite, ma il tempo sa lavorare sulle crepe meglio di qualsiasi piano. I giorni che portavano al 5 dicembre scorrevano carichi di attesa e tensione, mentre fuori da Palazzo Palladini il mondo continuava a girare, con le lotte di potere di Roberto e Marina, il ritorno di Chiara pronta a schierarsi, Eduardo sempre più vicino al baratro dei suoi vecchi errori. Ogni personaggio sembrava muoversi verso il proprio destino, ma l’epicentro emotivo restava lì, alla portineria. Forse Raffaele avrebbe davvero appeso le chiavi al chiodo, lasciando a Rosa il compito di aprire un nuovo capitolo, o forse, all’ultimo istante, il peso degli affetti lo avrebbe trattenuto ancora un po’. A Palazzo Palladini, niente è mai scritto fino in fondo, e ogni addio porta con sé la possibilità di un ritorno inaspettato. Se vuoi, posso trasformare questa storia in un racconto ancora più lungo, seguendo le reazioni di Rosa, di Renato e di tutti gli inquilini dopo il fatidico 5 dicembre.