La Promessa 27 NOVEMBRE – Burdina rinchiude Cruz: è la principale sospettata dell’attentato a Jana

Nella tenuta de La Promessa il 27 novembre non è un giorno qualunque: è la mattina che segue il sangue, il colpo di pistola, il corpo di Jana a terra tra la vita e la morte. Le pareti della casa sembrano trattenere il respiro, i passi dei domestici sono più lenti, più pesanti, come se ognuno portasse sulle spalle una colpa taciuta. Jana non è solo una domestica ferita, è il centro emotivo di una guerra silenziosa che da anni si consuma tra padroni e servitù, tra nobiltà e dignità calpestata. Nel salone, i marchesi parlano a mezza voce, gli sguardi si incrociano e fuggono, nessuno ha il coraggio di pronunciare ad alta voce il sospetto che aleggia da tempo: e se dietro il tentato omicidio ci fosse proprio lei, Cruz Ezquerdo Luján, la donna che ha costruito il suo regno sul controllo, sulla paura, sulle mezze verità? È in questo clima sospeso che il sergente Burdina varca la soglia della villa: uniforme impeccabile, sguardo di ghiaccio, la determinazione di chi è venuto non a chiedere, ma a colpire. “Ho bisogno di ispezionare la tenuta”, annuncia, e quelle parole cadono nel salone come un verdetto. Perché stavolta l’indagine non si fermerà a qualche domanda di rito: oggi la giustizia decide di entrare davvero a La Promessa.

Quando il nome di Cruz viene pronunciato come “principale sospettata del tentato omicidio di Jana Esposito”, il tempo smette di scorrere. Manuel stringe i pugni: da figlio conosce bene fin dove può arrivare quella madre capace di sacrificare chiunque pur di non perdere il controllo. Catalina inspira a fondo, combattuta tra l’istinto di proteggere la donna che l’ha cresciuta e la lucidità di chi vede nei suoi occhi un’ombra che non può più ignorare. Alonso resta immobile, le mani serrate sulla sedia, il volto di un uomo che si rende conto, troppo tardi, di aver chiuso gli occhi per anni. “Cruz, dimmi che non è vero”, sussurra, ma la marchesa non risponde subito: traballa, poi si rialza con la furia di una tigre ferita, urla la sua innocenza, rivendica il suo titolo, il suo rango, la sua casa. È proprio in quel delirio di orgoglio che Burdina affonda il colpo finale: la marchesa sarà rinchiusa, non in una prigione qualunque, ma in una stanza degli ospiti della sua stessa villa, sorvegliata come un criminale. Il corridoio che lei ha percorso per anni da sovrana assoluta diventa il cammino verso una cella dorata, e mentre la porta si chiude dietro di lei con un tonfo sordo, tutti comprendono che il regno di Cruz ha iniziato a crollare.

Dietro quella porta, la marchesa scopre per la prima volta cosa significhi non avere più potere. La stanza degli ospiti, un tempo luogo di prestigio, ora è una gabbia che la soffoca. Fuori, le guardie pattugliano il corridoio, dentro Cruz cammina avanti e indietro come una belva intrappolata, il respiro corto, le mani che tremano. “Io sono la marchesa, questa è casa mia”, ripete a se stessa, ma le parole non spostano né sbarre né sospetti. Il nome di Jana le brucia sulle labbra: quella ragazza non avrebbe mai dovuto entrare in quella casa, non avrebbe mai dovuto sfidare il suo equilibrio di potere. Più cerca di convincersi di essere vittima di un complotto, più il pensiero di Marco la perseguita. Suo figlio ha confessato di aver sparato, di aver agito sotto la sua influenza, ripetendo parole che lei gli ha messo in testa: la paura, la persecuzione, il bisogno di difendere la famiglia da un nemico costruito a sua misura. Quando Burdina entra per interrogarla, Cruz prova a indossare la vecchia maschera di freddezza, ma si incrina al primo affondo: “Non ho mai detto che ha sparato lei”, la provoca il sergente. È il nome di Marco, sussurrato quasi senza volerlo, a tradirla. In un istante, la marchesa non è più solo sospettata: è la madre che ha usato il figlio come scudo, come arma, come pedina sacrificabile. Eppure, proprio mentre lui viene dipinto come esecutore, una voce lontana inizia a incrinare anche questa certezza.

Nella stanza dove Jana lotta tra la vita e la morte, il tempo sembra liquido. Manuel le veglia accanto, le tiene la mano, promette di non lasciarla mai più, di trovare il colpevole, di non perdonare nessuno. Maria, come una sorella, le sussurra parole di conforto, ma è un sussurro di Jana a cambiare tutto: con un filo di voce, senza aprire gli occhi, mormora “Non era Marco…”. Bastano tre parole per ribaltare l’intera indagine. Se non è stato lui a premere il grilletto, allora chi ha davvero sparato nella cappella? Quando Maria corre nel salone e ripete davanti a Burdina e Manuel quella frase, la villa trema. Marco diventa, in un attimo, vittima e non solo carnefice, un ragazzo fragile manipolato da qualcuno più freddo, più lucido, più spietato. Gli sguardi si sollevano lenti, si cercano, si temono. Nei corridoi inferiori, Petra impallidisce ascoltando la notizia, si appoggia al lavello della cucina come se le mancasse il fiato: se non è stato Marco, la catena di colpe e segreti che ha protetto fino a oggi rischia di spezzarsi. “Devo fare qualcosa”, mormora, e scompare nel buio del corridoio come un’ombra pronta a tutto pur di impedire che la verità venga a galla.

Mentre Cruz affronta l’interrogatorio decisivo, La Promessa intera sembra trasformarsi in una trappola fatta di silenzi e sguardi. Burdina, con la pazienza di chi sa che il colpevole è molto più vicino di quanto sembri, rimette le tessere al loro posto: l’ordine potrebbe essere arrivato dall’alto, ma la mano che ha sparato potrebbe appartenere a qualcuno della servitù, qualcuno abbastanza terrorizzato o devoto da agire “per conto” della marchesa. Alonso, convocato insieme a Manuel e Catalina, ascolta la decisione finale: Cruz resterà in isolamento fino a quando Jana non sarà in grado di testimoniare davvero. Nessuno è escluso, nessuno è al sicuro. Petra sarà interrogata, e se cadrà, trascinerà con sé una verità capace di distruggere non solo una donna, ma l’intera architettura di bugie che ha sorretto la tenuta per anni. La notte scende sulla villa portando con sé un’unica certezza: alla Promessa la verità non dorme più, e quando la giustizia decide di mettere radici, non esce senza lasciare cicatrici profonde. Se vuoi, posso ora trasformare questo racconto in un articolo SEO completo con titolo, meta description e parole chiave mirate per un sito di anticipazioni su La Promessa.