Un Posto al Sole, le anticipazioni del 1 dicembre: Chiara sta per tornare in città

Chiara tornava in città di notte, come fanno i fantasmi e chi ha qualcosa da farsi perdonare. Dal finestrino scorse le luci del porto riflettersi sull’acqua scura, gli stessi riflessi che aveva guardato da bambina insieme a suo padre, quando i Cantieri erano solo rumore di martelli e odore di salsedine, non bilanci, scalate ostili e avvocati. Stringeva il telefono tra le dita: tre chiamate perse da Roberto Ferri, due messaggi non letti da Gagliotti. Entrambi, in modi diversi, volevano la stessa cosa: il controllo. Di lei, dell’azienda, di quel pezzo di città che si affacciava sul mare. Il taxi svoltò verso Palazzo Palladini e, per un istante, Chiara pensò di dire all’autista di tornare indietro. Ma era troppo tardi per fuggire: da socio di maggioranza dei Cantieri, il suo ritorno non era solo un fatto privato, ma la miccia pronta ad accendere una guerra che aspettava solo una scintilla.

Al Caffè Vulcano l’aria era più tesa del solito. Roberto Ferri fissava la tazzina di caffè ormai freddo, senza toccarla. Davanti a lui, un tablet aperto sui grafici dell’azienda, ma la sua mente era altrove: all’ultima assemblea, alle parole gelide con cui Gagliotti lo aveva sfidato davanti a tutti, alle voci su un possibile accordo con un fondo straniero pronto a fare a pezzi i Cantieri in nome del profitto. «Se Chiara si schiera con lui, siamo finiti» mormorò, più a se stesso che a Marina, seduta di fronte a lui, elegante e impenetrabile come sempre. «Chiara non è più la ragazzina spaventata di un tempo» rispose la donna, incrociando le braccia. «Ha imparato sull’errore e sulla perdita. Non la sottovalutare. Ma soprattutto, non farle la guerra prima di sapere da che parte sta.» Mentre parlavano, fuori, la notizia del suo ritorno correva già tra i vicoli di Napoli: i dipendenti dei Cantieri scrutavano il telefono in cerca di qualche aggiornamento, gli avvocati si preparavano a notti insonni, e persino i pettegolezzi di quartiere sembravano ruotare solo attorno a un nome: Chiara.

Dall’altra parte della città, nell’ufficio minimalista e glaciale di Gagliotti, il ritorno di Chiara era materia di calcolo, non di emozioni. L’uomo osservava il panorama dal grande finestrone, le mani dietro la schiena, mentre il suo consulente gli snocciolava numeri, scenari, ipotesi di voto in assemblea. «Lei ha il pacchetto che decide tutto» disse il giovane, sfogliando documenti. «Se si allinea con Ferri, il tuo progetto di ristrutturazione salta. Se si schiera con te, Ferri dovrà vendere o restare intrappolato in minoranza.» Gagliotti sorrise appena, un sorriso tagliente. «Chiara è emotiva. È lì che la prenderemo. Le parleremo di eredità, di responsabilità verso i lavoratori, di modernizzazione. Le faremo credere che è l’unico modo per salvare i Cantieri, non per smembrarli.» Si avvicinò alla scrivania, sfiorando con le dita una cartellina rossa. Dentro, un dossier sul passato di Chiara: le sue fragilità, gli errori, le dipendenze, le volte in cui aveva scommesso sulle persone sbagliate. «E se non dovesse bastare la persuasione, useremo il resto» concluse, chiudendo la cartellina con un tonfo secco. Per lui, quella non era una battaglia d’affari: era una conquista di territorio, un modo per affermare il proprio nome nel cuore stesso della città.

Intanto, a Palazzo Palladini, le turbolenze familiari sembravano scorrere parallele alla tempesta che si preparava ai Cantieri. Nel cortile, le voci di Alice e Vinicio si rincorrevano tra le scale, leggere e complici. Nonostante i problemi che agitavano le loro famiglie, i due sembravano intoccabili, come se avessero costruito una bolla tutta loro, fatta di sguardi e promesse sussurrate. Da lontano, qualcuno li osservava con una certa invidia: in un luogo dove tutti avevano qualcosa da nascondere, loro due parevano crederci ancora, all’amore semplice. Ma non era solo il cuore dei giovani a essere in subbuglio. In cucina, Renato e Otello parlavano a bassa voce, cercando di dissuadere Raffaele da una decisione che sembrava sempre più folle: lasciare il suo posto ai Cantieri in un momento così delicato, per una questione di principio, di orgoglio ferito. «Nun è il momento, Raffaé» insisteva Otello, gesticolando. «Questi signori se stanno a fa’ la guerra, e tu te ne vai? È come abbandonare la nave in tempesta.» Raffaele li ascoltava in silenzio, lo sguardo perso oltre la finestra, verso il mare. Sapeva che restare avrebbe significato sporcarsi le mani nella lotta di potere; andarsene, invece, voleva dire tradire anni di lavoro, volti, storie.

Quando Chiara mise finalmente piede nel cortile di Palazzo Palladini, il brusio calò per un attimo, come se il tempo si fosse fermato. Alcuni la guardarono con curiosità, altri con sospetto, qualcuno con un accenno di rimprovero non detto. Lei sollevò il mento, cercando di sembrare più sicura di quanto si sentisse davvero. Ogni passo la avvicinava non solo alla sua casa, ma al bivio più importante della sua vita. Nella borsa vibrò il telefono: un messaggio di Ferri, uno di Gagliotti, entrambi arrivati a pochi secondi di distanza. “Parliamo stasera, è urgente.” “Devo vederti subito, è in gioco il futuro dei Cantieri.” Per la prima volta dopo tanto tempo, Chiara si rese conto di avere davvero potere. Poteva decidere chi far vincere, chi condannare alla sconfitta. Poteva salvare l’azienda o consegnarla alle logiche spietate del mercato. Ma, soprattutto, poteva scegliere di non essere più la pedina nel gioco degli altri, bensì la mano che muove le pedine. Mentre la notte avvolgeva Napoli e il mare mormorava promesse e minacce, una cosa era certa: con il suo ritorno in città, niente sarebbe più stato come prima. Se vuoi, posso continuare questa storia e mostrarti come la sua scelta travolgerà non solo i Cantieri, ma anche le vite di chi le sta accanto.