Un Posto al Sole, le anticipazioni del 18 dicembre: niente primariato per Riccardo
L’ospedale San Filippo sembrava respirare un’aria diversa, quella mattina. I corridoi lucidi, le vetrate appannate dal freddo di dicembre e un’attesa quasi elettrica che serpeggiava tra infermieri e medici. Tutti sapevano che il direttore sanitario avrebbe annunciato il nuovo primario di chirurgia. Tutti davano per certo un nome: Riccardo Crovi. Da settimane la voce correva tra le corsie: i turni saltati, le notti passate in sala operatoria, i pazienti salvati all’ultimo secondo. “È già il nostro primario, solo che non c’è ancora la targa sulla porta”, sussurrava qualcuno alla macchinetta del caffè. E lui, Riccardo, quelle voci aveva provato a ignorarle, ma ogni tanto, mentre firmava una cartella clinica, lo sguardo gli sfuggiva verso la stanza vuota in fondo al reparto, quella destinata al futuro capo: una scrivania, una finestra sulla città, un potere che non cercava solo per ambizione, ma per dare un senso a tutte le rinunce fatte fino a quel momento.
Quando il richiamo all’aula riunioni arrivò dagli altoparlanti, Riccardo sentì il cuore accelerare in un modo che non gli capitava da tempo: non era la tachicardia della sala operatoria, ma qualcosa di più sottile, un misto di paura e desiderio. Nel corridoio, Raffaele, il portiere storico dell’ospedale, gli strinse il braccio: “Dottò, oggi è il vostro giorno. Lo sanno pure i muri”. Raffaele per lui era molto più di un collega: una presenza paterna, un Natale all’anno passato insieme nel piccolo alloggio del custode, quando il turno di notte gli impediva di tornare a casa. “Magari”, rispose Riccardo, accennando un sorriso che nascondeva un’inquietudine crescente. Nella sala, i volti dei colleghi erano rivolti verso il palco. Alcuni sorrisi apparivano sinceri, altri tesi, calcolatori. E nel mezzo, come un’ombra elegante, Viola, con gli occhi profondi fissati su di lui. Tra loro, da poco, una tregua fragile: dopo mesi di incomprensioni e silenzi, avevano finalmente deposto le armi, ma la pace faticava ancora a trovare parole.
Il direttore prese la parola con la solennità delle grandi occasioni. “Quest’anno il reparto di chirurgia ha dimostrato livelli di eccellenza straordinari. Molto lo dobbiamo al lavoro di squadra e alla dedizione di alcuni nostri professionisti.” Qualcuno iniziò ad applaudire prima del tempo, certo che il nome successivo sarebbe stato quello di Crovi. Riccardo sentì le mani umide, il respiro corto. Vide nella mente i turni in pronto soccorso, le ferie mai godute, i compleanni dimenticati, i messaggi lasciati senza risposta sul telefono. Tutto, in quell’istante, sembrò convergere verso una sola frase: “Sono lieto di annunciare che il nuovo primario sarà… il dottor Botteri”. Il silenzio che seguì fu più fragoroso di un applauso. Qualcuno sgranò gli occhi, altri abbassarono lo sguardo con imbarazzo. Riccardo restò immobile, come se non avesse capito. Sentì solo il rumore del sangue nelle orecchie, poi lo scroscio dei battimani, forzati, controllati. Botteri, con un sorriso studiato, si alzò e andò a stringere la mano al direttore. Nessuno incrociò davvero gli occhi di Crovi.
Fu allora che la vera scena iniziò a svolgersi non sul palco, ma nelle pieghe invisibili delle relazioni. Rosa, l’infermiera che conosceva le debolezze di tutti, guardò Riccardo da lontano, stringendo i pugni nelle tasche del camice. Da giorni cercava di fare da ponte tra chi esplodeva e chi crollava, tra Eduardo e Clara in pronto soccorso, dove le tensioni private stavano distruggendo una collaborazione professionale fondamentale. Ora capiva che un altro fronte si stava aprendo: quello di un uomo a cui era stata tolta, all’ultimo respiro, l’unica medaglia che sembrava poter giustificare anni di sacrifici. “Non è giusto”, mormorò tra sé, mentre un collega al suo fianco sussurrava: “Hanno fatto fuori Riccardo per una questione politica, vedrai”. Nel frattempo, in un’altra parte dell’ospedale, Raffaele preparava le luminarie per il Natale, deciso a rendere quell’anno “importante”, come continuava a ripetere. Non poteva immaginare che, invece di un brindisi di festeggiamento, si sarebbe trovato a raccogliere i pezzi di un sogno infranto.
Quando la riunione finì, nessuno osò avvicinarsi subito a Riccardo. Era come se il suo dolore fosse diventato un territorio minato. Fu Viola a rompere per prima quel vuoto irreale. Lo raggiunse nel corridoio, dove lui fissava una finestra che dava sul parcheggio, i fari delle auto che scorrevano come pensieri confusi. “Riccardo”, sussurrò, posandogli una mano sul braccio. Lui si voltò piano, come se riemergesse da un luogo lontano. “Hanno deciso diversamente”, disse, con una calma che tradiva uno sforzo immenso per non lasciarsi andare. “Non sto crollando, se è questo che ti chiedevi.” Ma gli occhi raccontavano altro: la stanchezza di chi ha dato tutto senza ottenere nulla, la rabbia trattenuta per non trasformarsi in qualcosa di più oscuro. “Non è finita qui”, replicò Viola, con una dolcezza fiera. “Il tuo valore non dipende da una targhetta sulla porta.” Lui sorrise amaramente: “Peccato che siano proprio le targhette a decidere chi conta, in questo posto”. In quel momento, un messaggio sul telefono lo distrasse: era di Raffaele. “Ti aspetto in portineria. Oggi, più che mai.”
Quella sera, nell’angolo caldo della portineria illuminata da un piccolo presepe, Riccardo trovò finalmente il coraggio di lasciarsi andare. “Lo sapevi?” chiese a Raffaele, sedendosi sulla vecchia sedia imbottita che cigolò come ogni inverno. “No,” rispose l’uomo, porgendogli una tazza di caffè bollente. “Ma ho visto gli sguardi nei corridoi. Quando qualcosa puzza, qui dentro ce ne accorgiamo tutti.” Fuori, Napoli brillava di luci natalizie, ma dentro l’ospedale il clima era quello di una resa dei conti silenziosa. Rosa, nel frattempo, provava a mediare ancora tra Eduardo e Clara, riportando un minimo di pace dove il caos minacciava di travolgere tutti. La città viveva i suoi drammi familiari, le sue cene di Natale preparate in fretta, le sue promesse mai mantenute, mentre in quel microcosmo di corsie e stanze d’ospedale un uomo capiva di dover ricominciare senza il titolo che aspettava. Forse, pensò Riccardo stringendo la tazza tra le mani, il vero primariato non era dietro una porta con il suo nome inciso, ma negli occhi di chi, quella sera, non lo lasciava cadere. Se vuoi, posso continuare questa storia approfondendo la vendetta silenziosa di Riccardo o la guerra di potere che si nasconde dietro quella mancata nomina.