“Segreti di famiglia 3”: le anticipazioni dal 22 al 26 dicembre
La pistola di Ceylin era fredda tra le mani di Ilgaz, ma il gelo vero gli correva lungo la schiena. Nel silenzio ovattato dell’ufficio del medico legale, il rumore più forte era quello del suo respiro. Goksu posò il referto sul tavolo con un tonfo secco, come un colpo di martello su una bara.
«È lei» disse soltanto. «Il proiettile estratto dal corpo della vittima proviene dalla pistola di Ceylin. Non ci sono margini d’errore.»
Ilgaz sentì il mondo restringersi. Le pareti, i neon, l’odore di disinfettante: tutto si confuse in un vortice lattiginoso. Ceylin, con i suoi occhi ostinati e la sua fame di verità, improvvisamente diventava possibile assassina in un fascicolo numerato. La donna che amava stava per essere inghiottita dallo stesso sistema che lui serviva ogni giorno. Fu in quel momento che capì che questa indagine non era più soltanto un caso giudiziario: era una guerra privata, un conto in sospeso con il passato che stava tornando a riscuotere il suo prezzo.
Mentre il referto correva di mano in mano tra gli uffici del tribunale, dall’altra parte della città Kadir stringeva un’altra verità sotto la canna della sua pistola. In un capannone illuminato da luci al neon tremolanti, Osman, Cinar e Yekta erano in ginocchio, le mani legate dietro la schiena. Di fronte a loro, su una sedia metallica, sedeva Can: il viso livido, un taglio sul labbro e gli occhi pieni di un terrore lucido.
«L’ho beccato a giocare d’azzardo nei miei locali come se nulla fosse» sibilò Kadir, girando intorno ai quattro come uno squalo. «Credeva di potersi prendere gioco di me. Ora pagherete tutti.»
Osman tremava, Cinar stringeva i pugni fino a farsi male, Yekta guardava fisso il pavimento cercando un varco, un errore del nemico. Ma Kadir non lasciava spiragli. Ogni parola era un cappio, ogni passo un avvertimento. Nessuno di loro riusciva a capire fino a che punto fosse disposto a spingersi. L’unica cosa certa era che, con Can in ostaggio, il confine tra ricatto e massacro poteva essere superato in un battito di ciglia.
Nello stesso tempo, in un set televisivo poco lontano, la finzione stava per farsi carne e sangue. Le telecamere giravano, il regista urlava indicazioni, gli attori si muovevano secondo copione. Una scena di sparatoria, una pistola finta, una caduta spettacolare: tutto studiato al millimetro. Finché il colpo riecheggiò più forte del previsto, un suono pieno, sporco, definitivo.
L’attore protagonista barcollò, portandosi una mano al petto. Qualcuno rise, pensando a un’improvvisazione geniale. Ma quando il sangue cominciò a macchiare la camicia di scena, il silenzio calò come una scure. Le urla partirono all’unisono: «Chiamate un’ambulanza! Fermate tutto!»
Troppo tardi. L’uomo morì davanti alle telecamere, gli occhi ancora aperti, la macchina da presa puntata sul suo ultimo respiro. La pistola che doveva essere caricata a salve era diventata un’arma vera. Da quel momento, ogni membro del cast fu un sospetto. E per Ilgaz, una domanda bruciava più delle altre: era davvero un incidente, o qualcuno stava usando il mondo dello spettacolo come palcoscenico perfetto per un omicidio?
Nel tentativo disperato di trovare un appiglio, Ilgaz e Ceylin scesero ancora più a fondo nei loro ricordi. In un vecchio archivio polveroso dell’università, tra scatoloni dimenticati, trovarono una serie di videocassette etichettate a mano. Erano le registrazioni di quella giornata maledetta: il giorno in cui Servet era stato ucciso, quando loro erano solo studenti, ancora convinti che la giustizia fosse bianca o nera.
Inserirono il nastro. Le immagini tremolanti mostrarono un campus diverso, ma gli stessi volti. Ceylin più giovane, con i capelli raccolti in fretta; Ilgaz rigido, già troppo serio per la sua età; Servet che rideva, ignaro che quello sarebbe stato il suo ultimo giorno. Poi il caos: un litigio fuori campo, un’ombra che passa, delle voci confuse. Fotogramma dopo fotogramma, l’omicidio si insinuava tra le righe della memoria, p
ronto a riscrivere tutto ciò che credevano di sapere. Ogni secondo di quel video era una lama puntata contro di loro: se la verità di allora fosse emersa oggi, avrebbe distrutto non solo le loro carriere, ma il fragile equilibrio su cui avevano costruito la loro storia.
Come se il destino si divertisse a stringere ancora di più il cappio, l’ospedale diventò lo scenario dell’ennesima tragedia. Tulin, che fino a poche ore prima litigava con gli infermieri per un dettaglio burocratico, giaceva ora immobile sul letto, il volto cereo. Uno shock anafilattico improvviso, dissero i medici. Una reazione allergica tanto violenta quanto inspiegabile. In pochi minuti, il suo cuore aveva cessato di battere, lasciando dietro di sé solo domande senza risposta.
Fu in quel corridoio, tra il ronzio distante delle macchine e le lacrime soffocate dei familiari, che Ilgaz capì quanto fossero intrecciati tutti questi eventi: la pistola di Ceylin, il sequestro di Can, l’attore morto in diretta, i vecchi filmati sull’omicidio di Servet, la fine improvvisa di Tulin. Nulla era più isolato, nulla era un semplice caso. Tutto parlava di un disegno oscuro che li superava. E mentre Ceylin, con la voce rotta, gli chiedeva: «Tu credi ancora in me?», lui sentì che la vera indagine doveva cominciare proprio lì, tra quelle crepe. Se vuoi, posso continuare questa storia sviluppando il prossimo capitolo, concentrandomi su uno dei fili: l’ostaggio di Kadir, l’omicidio sul set o il segreto universitario legato a Servet.