Fatma Aydemir: la famiglia è una prigione per le donne

L’andirivieni dei parenti, le voci e i silenzi, i profumi e le foto. Questo romanzo somiglia a una casa affollata di vita e in una casa, infatti, inizia: quella che Hüseyin ha comprato a Istanbul, nel suo Paese natìo, dopo aver lavorato 30 anni in una fabbrica di Berlino. In una stanza vuota aspetta l’arrivo della moglie e dei quattro figli per riempirla di sogni, ma il futuro si avvolge come una spirale intorno al destino: Hüseyin si accascia, pronuncia un nome – Ciwan – e muore. Tutti i nostri segreti (Fazi) è il secondo romanzo di Fatma Aydemir, 40 anni, tedesca nata da una famiglia di origine curdo-turca e giornalista per The Guardian.

La trama di “Tutti i nostri segreti” di Fatma Aydemir

Ben 160.000 copie vendute in Germania, incluso nella lista dei 100 migliori libri tedeschi degli ultimi cento anni da Der SpiegelTutti i nostri segreti di Fatma Aydemir è uno dei cinque finalisti del Premio Inge Feltrinelli nella categoria fiction-non fiction. Racconta con uno stile impeccabile lo spaesamento delle seconde generazioni. Hakan, il primogenito di Hüseyin, è soffocato dalle aspettative dei genitori; Sevda, cui non è stato permesso di studiare, ha rifiutato un matrimonio combinato; Peri, che invece va all’università, si ribella ai valori dei genitori; Ümit è un adolescente frastornato. E poi c’è Emine, la madre, che parla una lingua che i figli non conoscono e per tutta la vita ha custodito con il marito un segreto che adesso riapre antiche ferite.

Se gli immigrati non si sentono mai a casa

Il titolo originale è Dschinns, termine tedesco che indica i “jinn”, gli spiriti invisibili – benevoli o malvagi – della mitologia islamica. In Germania ogni persona che appare diversa viene spesso liquidata dicendo che è posseduta da un jinn. E Hüseyin ed Emine sono sempre e comunque considerati diversi: in Germania perché parlano turco, in Turchia perché parlano curdo. Sentirsi “a casa” a loro non è concesso.

Perché ha scritto questo romanzo?

«Per rispondere a una domanda che mi assilla: cosa accade quando una generazione scompare? Il libro racconta l’immigrazione dalla Turchia in Germania e parte dalla storia di un immigrato di prima generazione, quella che non è abituata a condividere perché non sa raccontare la povertà e i sacrifici sostenuti».

«La Germania è un paese freddo, senza cuore» scrive. È ancora così?

«Oggi sta succedendo qualcosa che mi sembra simile a ciò che ho vissuto da piccola, negli anni ’90. In quel periodo in Germania c’era una grande crisi economica, in giro si sentiva spesso dare la colpa agli immigrati. Certe frasi simili a quelle di 30 anni fa le ho sentite di nuovo l’altro giorno al supermercato. Un tizio in fila alla cassa ha detto a una persona dalla pelle scura che sarebbe stata presto cacciata dal Paese. Oggi più di ieri la gente interviene se assiste a un episodio di razzismo per strada, e questo fa ben sperare per il futuro. Ma sono sempre più frequenti scene aggressive come quella che ho appena raccontato. Dobbiamo esserne consapevoli».

Scrive anche: «Speravo che la fede potesse assicurarmi una vita lunga e serena». Lei ha fede?

«Sono cresciuta in una famiglia musulmana, ma io non sono credente. Ecco perché è stato difficile per me scrivere dal punto di vista di chi lo è. Ma, facendolo, ho capito che anche le persone molto religiose hanno un sacco di dubbi, nonostante non lo ammettano. È interessante il contrasto tra il fatto che si vuol continuare a credere e il dubbio che si insinua perché la vita non funziona come pensavi».

La religione è una forma di consolazione, però. Lei dove si rifugia?

«Nei libri, nel teatro, nel cinema, nelle cose che mi fanno sentire al sicuro e meno sola. Può apparire contraddittorio, perché leggere è un’attività molto solitaria, ma è quello il posto dove vado quando soffro».

Fatma Aydemir tra Turchia e Germania

Si sente tedesca?

«Il problema dell’identità è qualcosa che quasi non mi interessa più. La mia prima lingua è il turco, la mia famiglia è curda e parla una lingua che non conosco. Io sono nata e cresciuta in Germania, una terra che per me è casa, anche se mi viene costantemente ricordato che in qualche modo non le appartengo, che prima o poi dovrò tornare da qualche altra parte, che non si sa quale sia. Vado in Turchia spesso, ho molti parenti lì, eppure resto una turista. Il tedesco è la lingua che ho imparato a scuola e con cui scrivo, ma non è quella con cui mi parla mia madre».

Lei dove si sente a casa?

«Sono una privilegiata perché ho il passaporto tedesco che mi permette di muovermi più liberamente, però non sento un particolare affetto rispetto all’idea di “essere tedesca”. Il mio Paese è dove ho gli amici, le persone su cui conto e che si prendono cura di me».

La famiglia opprime le donne

Tutte le famiglie hanno dei segreti?

«Sì, i segreti sono ciò che permette a un nucleo familiare di esistere. In famiglia non puoi essere te stesso al 100%: è il luogo dove non si condividono le idee politiche né la sessualità. È una questione di sicurezza, l’unico modo per potersi ancora vedere tutti insieme alle feste comandate. La famiglia è ben diversa dagli amici».

Il sottotitolo del Premio Inge Feltrinelli è “Raccontare il mondo, difendere i diritti”. Come stanno, secondo lei, quelli femminili?

«Abbiamo fatto passi avanti, ma non abbastanza da estinguere vecchi problemi. Cioè quelli che hanno a che fare con la famiglia, a mio avviso l’istituzione più opprimente che ci sia per le donne. Non so se sarà possibile liberarle mentre continuiamo a tenere in piedi un’idea di nucleo familiare in cui ci devono essere un padre, alcuni figli e una madre che si prende cura gratuitamente di tutti. Penso che la famiglia sia tuttora una prigione per le donne».

Le famiglie di oggi sono diverse da quelle di cento anni fa. Anche lei ne ha costruita una.

«Sì, vivo con mio figlio. Però finché manterremo una prospettiva arcaica che relega le donne in casa, dimenticando per esempio che oggi lavorano anche fuori, non basteranno i diritti per aiutarle a sentirsi libere».

Il Premio Inge Feltrinelli 2026

La vincitrice del “Premio Inge Feltrinelli. Raccontare il mondo, difendere i diritti” per la categoria fiction-non fiction è Shrouq Aila con Hanno ucciso habibi (wetlands afterwords). Le altre finaliste: Fatma Aydemir con Tutti i nostri segreti (Fazi); Caroline Darian con E ho smesso di chiamarti papà (De Agostini); Michela Panichi con La Cecilia (Nottetempo), Sabina Pignataro con Nati fuori binario (Il Margine). Da quest’anno il Premio si arricchisce della collaborazione con PEN International. Nell’ambito del tema “Scrivere per resistere”, nasce la menzione speciale PEN Inge Feltrinelli – Writing as Resistance Award. La proclamazione del vincitore o vincitrice avverrà a BookCity Milano a novembre.

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