La Notte Nel Cuore: ORRORE alla Cena della PACE: L’auto di TASSIN CRIVELLATA, SANGUE OVUNQUE!

Nessuno poteva immaginare che la tanto attesa “Cena della Pace” si sarebbe trasformata in un incubo di sangue e sospetti. Le luci della villa brillavano, i tavoli erano imbanditi, i sorrisi forzati cercavano di mascherare anni di rancore sepolto, ma bastava uno sguardo per capire che quella non era una riunione di riconciliazione, bensì una bomba pronta a esplodere. Tassin, elegante ma teso, cercava di mantenere la calma, mentre Melek fissava il bicchiere senza berlo, come se sapesse che la serata avrebbe avuto un epilogo oscuro. Jihan si aggirava tra gli invitati con un’aria troppo sicura, e c’era chi giurava di averlo visto stringere il telefono con rabbia. Nessuno parlava del passato, ma il passato era seduto con loro, a capotavola, pronto a rialzarsi e chiedere il conto.

Quando i brindisi si mescolarono ai primi sguardi velenosi, l’aria divenne pesante, quasi irrespirabile. Tassin alzò il calice e disse poche parole — “questa notte deve unire, non dividere” — ma la voce gli tremava, tradendo la consapevolezza che la pace era solo una maschera. Melek tentò di rispondere con un sorriso, ma i suoi occhi tradivano paura, rancore e una promessa di vendetta mai dimenticata. Qualcuno rovesciò il vino, qualcuno rise troppo forte, e nel fragore dei bicchieri si sentì un sussurro: “non durerà”. La tensione crebbe come un urlo trattenuto. Poi, un rumore secco, lontano ma riconoscibile — il tuono di un motore acceso, un’auto che parte nella notte, seguita da un suono che nessuno volle riconoscere: colpi, secchi, ripetuti, violenti.

Fu Jihan il primo a uscire, gridando il nome di Tassin. La porta spalancata mostrava il cortile immerso nel buio, il profumo del gelsomino confuso con l’odore del fumo. Qualcuno urlò “chiamate la polizia!”, altri restarono immobili, come statue. La macchina di Tassin, la stessa che poche ore prima lo aveva portato alla villa con un sorriso stanco, ora era un guscio crivellato di proiettili. Il parabrezza esploso, i fari ancora accesi, una mano sporca di sangue sul volante. Il silenzio fu peggiore dei colpi di arma da fuoco: nessuno parlava, nessuno osava toccare nulla. Solo Melek, con il volto impietrito, si avvicinò lentamente, quasi in trance, e sussurrò parole che nessuno capì. La pace, quella promessa vana, era morta lì, tra il sangue e il vetro infranto.

Quando arrivarono le autorità, la villa sembrava un teatro dopo la tragedia. I bicchieri ancora pieni, le sedie rovesciate, e quella musica lontana che continuava a suonare da un altoparlante dimenticato. Jihan gridava che era un attentato, Esma piangeva ripetendo che “qualcuno sapeva”, mentre gli inquirenti cercavano di capire se fosse vendetta, politica o un affare di famiglia. Le prime ricostruzioni parlano di un agguato pianificato, forse una trappola tesa proprio durante la cena. Eppure, c’è chi sostiene che Tassin non fosse la vera vittima designata, ma solo un messaggio, un sacrificio necessario per aprire una guerra più grande. I telefoni sequestrati, le telecamere spente pochi minuti prima dei colpi: troppi dettagli, troppi silenzi.

Ora, la città intera parla di quella notte come di un segno, un punto di non ritorno. Le immagini dell’auto crivellata sono ovunque, i giornali titolano “La Cena della Pace si tinge di sangue”, e ognuno ha la sua versione. Ma nessuno sa cosa sia davvero successo dopo che le luci della villa si sono spente. Melek è scomparsa per ore, Jihan ha rilasciato dichiarazioni confuse, e nel frattempo qualcuno ha diffuso un messaggio vocale anonimo: “La pace non si ottiene con le parole, ma con il sangue”. È l’eco di una maledizione che sembra inseguire tutti i protagonisti di quella notte. La città osserva, spaventata e affascinata, chiedendosi non chi abbia sparato, ma chi sopravviverà alla verità.