La notte della Fenice: il ritorno di Elena tra le ombre di Venezia
Nella notte in cui Venezia sembrò dimenticare il proprio riflesso, Elena capì che la verità non grida, ma sussurra. La telefonata arrivò alle 23:17, quando i lampioni si piegavano come spettri stanchi e i passi sui ponti suonavano come minacce dimenticate. “Vieni all’Arsenale. È successo di nuovo.” La voce di Marco, il suo ex collega, era tagliente come una ferita che non aveva mai smesso di sanguinare. Tre anni erano passati dall’ultima volta che si erano parlati, da quella notte in cui il suo articolo sul “Progetto Fenice” era sparito insieme all’intero archivio del giornale, bruciato da un incendio mai spiegato. Aveva giurato che non sarebbe tornata a scrivere, ma il richiamo dell’ombra era più forte delle promesse. Si infilò il trench, prese il taccuino e attraversò la città addormentata, con la marea che risaliva silenziosa come un segreto. All’Arsenale l’odore del ferro e della ruggine era un promemoria di tutto ciò che non si poteva cancellare. Marco la aspettava, con il volto tirato e lo sguardo che cercava rifugio altrove. Nella sua mano una cartellina grigia, anonima, sporca di pioggia e di verità. “L’hanno ritrovato,” disse soltanto. “Il dossier. Quello che cercavi.” Sopra, scritto a penna blu, due parole che bastarono a toglierle il respiro: Progetto Fenice.
Elena aprì la cartellina e le tornarono alla mente tutte le domande rimaste sospese: appalti fantasma, fondi culturali deviati, una fondazione che bruciava denaro e coscienze. Ma più di tutto, tornò il nome che da anni evitava di pronunciare: Sofia. La fotografa che le aveva consegnato le prime prove, scomparsa dopo l’incendio. Nelle pagine trovò una chiave USB, un indizio di troppo o forse una trappola. Marco la guardò, esitò, poi aggiunse: “Domani il sindaco inaugura il padiglione nuovo. Qualcuno non vuole che si ripeta la storia.” Seguirono un corridoio fino a un magazzino dismesso. Lì, un uomo con un cappotto nero li attendeva. Non diede il nome. Solo un avvertimento: “Fenice non è un progetto. È un rito. Ogni dieci anni si brucia ciò che compromette e si ricostruisce ciò che conviene.” Poi fece scivolare la chiave USB sul tavolo e scomparve nella nebbia come una firma cancellata.
Elena la collegò al computer, e la stanza si riempì di una voce metallica, alterata. Parlava di cifre, gare d’appalto, nomi codificati. Poi, tra il fruscio e il respiro trattenuto, arrivò una risata. Breve. Sgraziata. Inconfondibile. Era la voce di Sofia. Elena impallidì, come se quella risata fosse un colpo al petto. “Dove l’hai trovata?” chiese con un filo di voce. Marco non rispose, ma bastò uno sguardo per capire che quella registrazione non avrebbe dovuto esistere. “Non l’abbiamo trovata,” disse l’uomo col cappotto prima di sparire. “Ce l’hanno consegnata per errore.” E in quell’errore c’era la promessa di un disastro.
Quando tornò a casa, la città dormiva ma i suoi occhi no. La chiave lampeggiava sulla scrivania come un cuore irregolare. Dentro i file, trovò fatture e contratti, ma anche e-mail interne della Fondazione Aria, firmate da nomi che contavano. Uno, tra tutti, la gelò: Bellandi, il sindaco. Non come destinatario, ma come garante. Il simbolo della rinascita di Venezia legato a un sistema che si nutriva di menzogne. Aprì il documento, cominciò a scrivere. Ogni parola era una ferita, ma anche una liberazione. Ricostruì date, collegò nomi, sovrappose documenti. Non c’erano aggettivi, solo fatti, numeri e la verità che nessuno voleva leggere. Alle 4:30 inviò il pezzo a Marco con oggetto: Solo fatti. La risposta arrivò dopo cinque minuti: “Troppe voci.” Capì che la storia non era ancora finita.
All’alba prese il vaporetto verso Sant’Elena. L’aria sapeva di sale e di segreti. Al terzo citofono, una donna aprì appena la porta. Non servivano spiegazioni. “Cercavi Sofia,” disse. “L’hai trovata troppo tardi.” Le porse una busta bianca, leggera come una condanna. Dentro, una foto: Sofia al Cimitero di San Michele, con lo sguardo perso e una scritta sul retro. “Continuare è più pericoloso che ricominciare.” Elena tornò indietro con la sensazione di avere perso qualcosa che non aveva mai smesso di cercare. Ma il giornalismo, pensò, non è mai un mestiere: è una febbre. Alle nove era in redazione, con il viso segnato e la decisione già presa. “Se pubblichiamo, domani salta tutto,” disse Marco. “Se non pubblichiamo, saltiamo noi.” Lei lo guardò e rispose soltanto: “Allora che bruci, ma che sia vero.”
L’articolo uscì alle 10:03. Titolo: Fenice, il progetto che si nutre delle proprie ceneri. Le prime reazioni furono prevedibili: smentite, minacce, accuse di complottismo. Poi cominciarono ad arrivare le mail anonime, i documenti integrativi, le prove dei tecnici. La città iniziò a raccontarsi da sola. Il sindaco Bellandi convocò una conferenza stampa nel pomeriggio. Parlò di fiducia, di rinascita, di trasparenza. Non pronunciò mai la parola Fenice, ma la sua voce la conteneva in ogni pausa. Quando promise “una rinascita, ancora una volta”, Elena capì che il cerchio si stava chiudendo. Quella sera tornò sul molo dell’Arsenale, dove tutto era cominciato. L’acqua rifletteva le luci come una verità frammentata. Accese il telefono. Una notifica senza mittente: un file audio. Tre secondi. Una risata familiare. Poi un fruscio. Elena chiuse gli occhi, e per la prima volta in tre anni non ebbe paura di ascoltare fino in fondo.