Anticipazioni “Procesul/Yargı 50”: memoria fragile, ricatti incrociati e la prova bagnata che riapre il caso

La mattina inizia con un inganno domestico e finisce in tribunale: Tuçe rifiuta di tornare a casa, rivendica il diritto di decidere sulla propria vita, mentre i telefoni bruciano di messaggi che nessuno può più “cancellare dal cielo”. In controluce, la famiglia si sfalda tra bugie pietose e verità utili: “Diciamo che è da una zia al villaggio” è la toppa che copre un abisso. Poi, l’altra bomba: Zümrüt è incinta, ma anche “ha i calcoli”, e il ronzio del sospetto diventa acufene per Gül, che mastica gelosia e umiliazione. In mezzo a questo caos privato, la città si mette lo smoking per una cerimonia solenne: Ilgaz giura col tocco della toga e diventa avvocato. “Welcome to the jungle”, gli dicono. Ma la giungla non è l’aula: è la coscienza. Ceylin finge durezza, poi incassa una notifica che le recide le ali proprio ora: sospensione di tre mesi per violazione del divieto di pubblicità. Ironia crudele, mentre il marito cambia ruolo, a lei tocca il silenzio coatto. Eppure entra lo stesso con procura alla mano: non rinuncia al banco, né alla lotta.

In procura, Pars orchestra il momento come un direttore d’orchestra che non perdona stecche: “Cosa ricordi, avvocata?” Ceylin si aggrappa a un filo visivo e a un odore: la persona che l’ha colpita e che ha visto su Engin era una donna, capelli mossi, profumo di shampoo. I dettagli crollano alla prima spinta: colore? lunghezza? niente. La memoria è un vetro appannato. Yekta, serpe di velluto, soffia veleno ricordando le frasi di rabbia di Ceylin (“Se esce di prigione, lo uccido”) e il vecchio caso delle banconote “avvelenate”, come se la giurisprudenza potesse diventare manuale di omicidio. Pars incalza anche Seda e poi Laçin: dov’erano tra le 15:00 e le 20:00? La prima barcolla tra hotel cambiati per “scarafaggi” e passeggiate sul lungomare; la seconda cade su Şile come una tessera che non voleva mostrare. Ma i tempi non mentono mai: gli HTS – le tracce dei cellulari – sono più inflessibili dei ricordi. “Elettronica chiama destino”: Pars ordina lo scarico completo dei movimenti.

Fuori dalle aule, Eren e la squadra decodificano l’angolo dei proiettili come geometri della notte. Le traiettorie sembrano basse, compatibili con uno sparo dalla posizione di chi è a terra o con una mano guidata. Niyazi, il tecnico, prende misure, mappa a passi l’area, cerca bossoli, fibre, qualunque indizio che convalidi l’ipotesi più sporca: Ceylin stordita, l’arma impugnata a forza, due-tre colpi partiti nel convulso della caduta. Se c’è un terzo soggetto, allora servono i suoi errori: impronte sui bordi, un fermaglio, un capello, un guanto. “E guanti, ovunque guanti”, ordina Eren, perché chi mette in scena un depistaggio spesso dimentica il dettaglio finale. Intanto, sul fronte mediatico, la crociata contro Ceylin monta: vecchie multe disciplinari, clip tagliate, insinuazioni studiate per trasformare un’amnesia in un pretesto di colpevolezza. Ma a volte la città restituisce ciò che la pioggia nasconde.

L’onda lunga di Şile arriva come uno schiaffo: dai fossi affiorano gli oggetti che i colpevoli credono sepolti. “Amirim, guardi!” L’urlo che tutti aspettavano. In un ristagno d’acqua, dove il livello si è ritirato, compare un guanto. Non un simbolo: una pistola fumante bagnata. Plastica scura incollata dal fango, possibile DNA all’interno, microtracce di polvere da sparo, forse perfino pelle o capelli. È la “prova bagnata” che può ribaltare il quadro, spostare l’asse dalla memoria di Ceylin al gesto di chi ha realmente toccato l’arma. Eren ordina la catena di custodia ferrea, Niyazi sigilla come fosse cristallo di Boemia: niente contaminazioni, niente eroi impulsivi. In parallelo, Pars stringe la morsa su Laçin e Seda con una domanda semplice e letale: a che ora avete davvero cambiato hotel, dove avete mangiato, con chi avete parlato? Gli HTS diranno se la nostalgia per il mare è stata solo un alibi con vista faro.

Intanto, nei corridoi della vita, il dramma familiare continua a mordere: Gül frena la figlia con la saggezza tagliente delle madri ferite – “Non sapere a volte salva” – ma l’invidia e la paura di essere sostituita corrodono come acido. Zümrüt rientra dall’ospedale pallida di pietra e di gravidanza, e ogni “congratulazioni” suona come una sentenza. Ilgaz, novello avvocato, si trova già nel paradosso: difendere chi ama con regole che cambiano, mentre Ceylin – sospesa – recita la parte dell’imputata e della guida insieme. E sul fondo, come un ronzio che diventa eco, rientra la parola che tutti temono: complotto. Se il guanto parlerà, qualcuno dovrà tacere per sempre. Ma fino a quando Niyazi non estrarrà l’ultima particella di verità e Pars non incastrerà orari e celle, resterà una sola certezza: in “Procesul/Yargı”, nessuno è innocente finché il tempo non lo prova.