ARIF PORTATO VIA DALLA POLIZIA, LA VERITÀ È DEVASTANTE | ANTICIPAZIONI LA FORZA DI UNA DONNA
C’era un silenzio innaturale quella sera, un silenzio che sembrava pesare sui muri, sulle persone, sulle parole non dette. Bahar era a casa di Sarp, cercando di regalare ai suoi figli Nissan e Doruk un’illusione di normalità, mentre dentro di sé sentiva che qualcosa di terribile stava per accadere. Le risate fragili dei bambini in salotto, così pure e leggere, rimbalzavano come echi pronti a spegnersi al primo soffio di vento, e i suoi occhi li seguivano con amore infinito ma anche con quella paura che ormai conosce bene: nella sua vita la pace dura sempre troppo poco. Dall’altra parte della città Arif sedeva sul vecchio divano accanto a suo padre Yusuf, mentre il profumo del tè riempiva la stanza mescolandosi al tempo e al legno. Yusuf fingeva di leggere un giornale, ma in realtà i suoi occhi osservavano il figlio con apprensione, come se temesse di
perderlo da un momento all’altro. Arif appariva consumato dai pensieri, un uomo segnato da settimane di sospetti e labirinti emotivi, convinto che il destino avesse già chiuso la trappola attorno a lui. “Non devi tormentarti così, figlio mio” gli disse Yusuf con voce calma, ma Arif rispose amaro che non si trattava di errori da accettare, bensì di colpe non commesse che gli ricadevano addosso, e che questa volta temeva di non riuscire a salvarsi. Il padre gli ricordò che la verità trova sempre la sua strada, ma lui sorrise con dolore: la verità non basta, perché ci sono persone che sanno piegarla e trasformarla in menzogna, e un uomo come lui non avrà mai chi gli crede. Poi, come un presagio inevitabile, arrivò il rumore di un’auto davanti alla casa e le luci blu lampeggiarono alla finestra. Yusuf, con il cuore che martellava, chiese se aspettassero qualcuno,
ma Arif sapeva già: quel momento era arrivato. Tre colpi secchi bussarono alla porta, due agenti comparvero seguiti da un uomo in borghese che mostrò un tesserino e annunciò che avrebbero dovuto accompagnarlo al distretto. Yusuf si ribellò, gridò che suo figlio non aveva fatto nulla, ma Arif non oppose resistenza: accettò di seguirli, senza manette, con la dignità di chi non ha nulla da nascondere. Salutò il padre stringendogli la mano e sussurrando di non voler più che le persone che ama paghino al suo posto, poi uscì nella notte gelida, osservando persino un bambino per strada a cui disse dolcemente di tornare a casa. Yusuf, rimasto solo, compose il numero di Bahar, e la sua voce tremante la raggiunse mentre lei preparava la cena: “Bahar, lo hanno portato via, la polizia ha preso Arif.” Il mondo di Bahar si fermò, i bambini smisero di ridere,
il cuore le cadde in un baratro. Yusuf provò a rassicurarla dicendo che forse si trattava di un errore, ma lei non riuscì a respirare, con le lacrime agli occhi e la voce rotta dall’angoscia. Quella notte non chiuse occhio, ripensando a tutto ciò che Arif aveva fatto per lei, convinta che fosse ingiusto trattare un uomo come lui da criminale. Nel frattempo al commissariato Arif sedeva davanti a un ispettore che lo interrogava su un certo Suat Demir, aggredito la notte precedente, e lo accusava di essere stato visto nei pressi. Arif reagì incredulo, ma l’ispettore fu inflessibile: fino a nuovo ordine sarebbe rimasto lì. Solo, in una stanza fredda, con una tazza di tè tra le mani, Arif pensò a quanto fosse strano dire che la giustizia arriva sempre, senza pensare al tempo interminabile che serve per sopravvivere nell’attesa. All’alba Bahar prese la sua decisione: lasciò
un biglietto ai figli e corse al distretto, dove trovò Yusuf e Ceyda. Nonostante le suppliche del suocero di restare lontana, lei gridò che non poteva stare a casa mentre lo interrogavano come un criminale. Ore di attesa logorarono il suo cuore, finché un ufficiale comunicò che Arif era in buone condizioni ma avrebbe dovuto restare per chiarire incongruenze nelle testimonianze. “È innocente, ditegli che non è solo” implorò Bahar quasi in lacrime, e in quell’istante Arif, nella sua cella, parve sentirla, respirando come se quella voce silenziosa gli avesse restituito forza. Quando l’ispettore gli chiese perché non volesse un avvocato, lui rispose con calma che non ne aveva bisogno, perché non aveva nulla da nascondere, anche se le prove costruite contro di lui sembravano inchiodarlo a una menzogna orchestrata da chi temeva la verità. E infine arrivò il momento più crudele: Arif uscì scortato dalla polizia, il sole alto illuminava la strada, e Bahar lo vide dietro la recinzione. I loro sguardi si incrociarono, non servivano parole, nei suoi occhi un sorriso stanco ma sincero che le diceva di non arrendersi. Lei restò immobile, una lacrima sul viso, mentre Yusuf le posava una mano sulla spalla e sussurrava che la verità trova sempre la sua strada. Ma Bahar rispose piano, con voce spezzata, che la verità arriva sempre troppo tardi per cancellare il dolore. La macchina della polizia si allontanò lentamente, portando via Arif e lasciando dietro di sé solo vento, lacrime e domande sospese: tra lui e Bahar c’è ancora speranza o il destino li ha separati per sempre?