Carlo Caracciolo: l’insegnamento, un piano B che amo

La vigilia dello spettacolo al Teatro Bellini, Napoli brillava di luci e di aspettative, ma per Carlo Caracciolo quella non era una sera come le altre. Dal camerino arrivavano risate, rumore di phon, costumi colorati pronti per “Dignità autonome di prostituzione”, mentre lui restava per un istante immobile davanti allo specchio, il trucco a metà e il telefono in mano. Sul display, l’ennesima notifica: un’email dell’Accademia del Teatro Augusteo. Un richiamo dolce e doloroso insieme, il promemoria di quel suo “piano B” che ormai piano B non era più, ma un secondo cuore che batteva in parallelo con il palcoscenico. Lì, tra fondotinta e lampadine calde, Carlo si scoprì diviso: da una parte l’attore applaudito, nel cast del real drama di Rai 3 “Un Posto al Sole” nei panni dell’imprenditore ambiguo Gennaro Gagliotti; dall’altra l’insegnante che, ogni giorno, cercava di non tradire la fiducia degli allievi che lo guardavano come un faro.

Fuori, il brusio della sala cresceva. Dentro, il suo passato si riaffacciava con la testardaggine delle cose irrisolte. Ripensò a quando, ragazzo, faceva il clown sotto il cielo di Piazza del Plebiscito, convinto che bastasse far ridere per sentirsi al sicuro. Poi era arrivata Napoli, quella vera: non solo cartolina, ma caos, ferite, sacro e profano intrecciati come fili di luminarie. «Napoli è la mia fucina», ripeteva nelle interviste, e lo credeva davvero. Ma quella sera, Napoli sembrava chiedergli il conto. Tra le mail dell’Accademia ce n’era una che lo colpì allo stomaco: un’allieva, Chiara, annunciava che avrebbe lasciato il corso. “Non sono fatta per questo mestiere. Non voglio diventare un’ombra tra mille volti. Forse il teatro è solo per chi non ha paura di perdersi del tutto”. Carlo rilesse quelle righe più volte. In quelle parole riconosceva un’eco di se stesso, di quando, prima di entrare a Palazzo Palladini, si chiedeva se la sua fosse solo ostinazione o vero talento.

Sul set di “Un Posto al Sole”, negli ultimi mesi, la linea tra finzione e realtà si era fatta pericolosamente sottile. In scena era Gennaro Gagliotti, l’imprenditore spregiudicato che manovra, ricatta, crolla e risorge tra gli equilibri fragili di Palazzo Palladini. Fuori scena, però, Carlo cominciava a domandarsi quanto di lui stesse scivolando dentro quel personaggio. Nella soap, Gennaro costruiva piani B, C, D per sopravvivere, per non farsi mai trovare scoperto. Nella vita, Carlo aveva scelto l’insegnamento come rifugio e al tempo stesso come rischio. «Insegno per fare insieme, per sperimentare», ripeteva agli allievi, ma quanto di quella sperimentazione stava davvero concedendo a se stesso? Quando Riccardo Polizzy Carbonelli e Nina Soldano lo prendevano in giro, chiamandolo “professore”, lui rideva, ma sentiva una fitta. Era davvero pronto a vivere due vite senza sacrificarne una?

Quella sera al Bellini, mentre gli altri attori provavano le ultime battute dello spettacolo di Luciano Melchionna e Betta Cianchini, Carlo fu raggiunto da un’altra notizia: Chiara era in platea. Aveva comprato un biglietto all’ultimo momento. “Vengo a vederti per capire se devo smettere o ricominciare da capo”, aveva scritto nel messaggio successivo, arrivato mentre lui si infilava il costume. Improvvisamente, il palcoscenico gli parve ancora più alto, il salto nel vuoto ancora più radicale. Il teatro che diceva di amare per il suo “contatto immediato” quella notte lo avrebbe giudicato non solo come attore, ma come maestro, come uomo. Ogni scelta sulla scena – un gesto esitante, una battuta tirata troppo per le lunghe, un silenzio non riempito – poteva diventare un argomento a favore o contro il sogno di una ragazza di vent’anni. Era questo il peso del suo amato piano B: non solo una sicurezza economica, ma una responsabilità emotiva che non ti lascia dormire.

Quando le luci di sala si abbassarono e il pubblico ammutolì, Carlo entrò in scena con il cuore in gola. Recitò come non aveva mai fatto, sfidando se stesso a restare vero nonostante il personaggio, a essere presente nonostante la paura. Nel buio, non sapeva dove fosse seduta Chiara, ma sentiva i suoi occhi insieme a quelli di Napoli, della troupe di Rai 3, degli allievi dell’Augusteo, di chi lo aveva visto nascere artista in strada. Alla fine, l’applauso fu lungo, caldo, quasi ostinato. Quando il sipario calò, Carlo corse verso il corridoio che portava alla platea. La trovò lì, appoggiata a una colonna, con le lacrime agli occhi e un sorriso che non cercava più risposte. «Prof, non smetto più», sussurrò lei. E in quell’istante, tra i resti di trucco e i manifesti del prossimo spettacolo, capì che il vero dramma – e la vera meraviglia – del suo piano B era proprio questo: amare due vite al punto da non saper scegliere, e scoprire che, a volte, è proprio quella confusione a tenerti disperatamente vivo. Se vuoi, posso proseguire sviluppando questo intreccio in un secondo articolo, approfondendo il rapporto tra Carlo e i suoi allievi e mostrando come il ruolo di Gennaro Gagliotti inizi a stravolgere anche la sua vita privata.