FORBIDDEN FRUIT ANTICIPAZIONI: ALIHAN e Zeynep RUBANO 10 MILIONI e FUGGONO INSIEME in AMERICA

La luce dell’alba filtrava appena tra le tende dell’appartamento di Zeynep, come se anche il sole avesse paura di sfiorare quella stanza piena di valigie aperte e respiri trattenuti. Istanbul era ancora lì fuori, immensa e rumorosa, ma per lei già lontana, come un ricordo che punge. Aveva passato la notte in piedi, a piegare vestiti e rimpianti, a infilare in una sola valigia una vita intera: l’amore mancato per Dundar, gli sguardi taglienti di Zerrin, le promesse infrante di Halit. Ogni camicia ripiegata le ricordava un’umiliazione, ogni documento un capitolo chiuso a forza. Quando Alihan bussò alla porta, non trovò più la ragazza confusa che aveva lasciato all’altare un uomo buono; davanti a lui c’era una donna con lo sguardo lucido e la coscienza sporca, pronta a fare l’unico salto che nessuno si sarebbe mai aspettato: prendere tutto, e andarsene.

Mentre la città si svegliava ignara, due auto attraversavano ponti e viali come lame nella nebbia. In una, Halit camminava avanti e indietro nella casa di Ender, un leone in gabbia che ancora sentiva nelle orecchie l’eco di uno sparo e il lampo negli occhi di Yildiz nel momento in cui tutto si era spezzato. Nell’altra, Zeynep appoggiava la fronte al vetro, seguendo con lo sguardo le luci che scorrevano come cicatrici luminose sulla pelle di Istanbul. Yildiz l’aveva lasciata andare senza una scena, senza lacrime isteriche: solo una tazza di tè freddo tra le mani e due occhi lucidi che dicevano “se ti trattengo, ti distruggo”. Zerrin, invece, vagava nel suo salotto troppo grande, imprigionata da una domanda che le mordeva il cervello: perché, davvero, aveva sentito il bisogno di umiliarla per quella spilla? Nessuno di loro sapeva che mentre si perdevano nei propri drammi, il colpo più violento alla famiglia Taskin non era emotivo, ma finanziario. Due amanti maledetti stavano trasformando il dolore in arma, l’umiliazione in vendetta, l’amore in un crimine perfetto da 10 milioni di dollari.

All’aeroporto, il mondo sembrava un organismo vivo e indifferente: trolley che stridono, voci in mille lingue, annunci metallici che decretano partenze e addii. Nel mezzo di quel caos, Alihan e Zeynep si muovevano in una bolla di silenzio. A chi li guardava da fuori sembravano solo una coppia decisa a ricominciare in America dopo un amore impossibile e scandaloso. Nessuno immaginava che ogni litigio urlato in pubblico, ogni rottura inscenata, ogni fidanzamento finto con Dundar fosse in realtà un tassello di una coreografia diabolica. I conti della Taskin Holding erano stati svuotati goccia dopo goccia, 100.000 dollari alla volta, travestiti da consulenze fasulle, investimenti offshore, società fantasma a Panama. Zeynep aveva usato le credenziali di Yildiz, ricevute di sfuggita mesi prima, per creare accessi paralleli nei sistemi dell’azienda. Alihan, dall’altra parte della scacchiera, spostava fondi come pedine invisibili, sicuro di un fatto: nessuno sospetta davanti a un cuore spezzato, nessuno indaga quando il dolore sembra vero. E loro avevano lasciato dietro di sé una scia di cuori distrutti così autentica da risultare inattaccabile.

Fu solo quando l’aereo raggiunse la quota di crociera, con le luci soffuse e i passeggeri immersi nei film o nel sonno, che la verità venne a galla, nuda e scintillante come una lama. Zeynep fissava le luci di Istanbul dissolversi nel buio sotto di loro quando sussurrò: “Hai controllato?”. Alihan tirò fuori il telefono: sullo schermo, una costellazione di notifiche bancarie. Trasferimenti completati. Conti offshore attivi nelle isole Cayman. Società di comodo registrate a nome di prestanome che non sapevano nemmeno di esistere. “Tutto a posto. Dieci milioni, puliti e irrintracciabili per almeno otto mesi,” mormorò. Lei chiuse gli occhi, lasciando che quel numero le esplodesse dentro: 10 milioni non solo rubati, ma strappati a chi per anni li aveva trattati come comparse. Nella borsa, una chiavetta USB pulsava come un cuore radioattivo: password, documenti, email, registrazioni in grado di mandare in prigione mezza Istanbul o di salvare loro la vita al primo segnale di caccia. “Dovremmo distruggerla,” sussurrò Zeynep. “Non ancora,” ribatté lui. “È la nostra assicurazione. Il nostro arsenale nucleare.” In quel momento capirono entrambi quanto lontano si fossero spinti: non erano più vittime, ma predatori. Non solo amanti in fuga, ma ladri sofisticati, pronti a comprare nuove identità e a cambiare continente ogni volta che il passato avesse provato a morderli.

La vera crepa non era però nei bilanci, ma nelle coscienze. Il volto di Dundar tornò a galla come un fantasma ostinato: l’uomo buono lasciato all’altare, usato come alibi perfetto per una storia d’amore impossibile. Zeynep sentì la voce rompersi: “Mi sento ancora sporca per quello che gli ho fatto.” Alihan non mentì: “Lo siamo. Ma se non avessimo ferito qualcuno davvero, nessuno avrebbe creduto alla nostra recita.” Il dolore, pensò lei, è l’unica emozione che il mondo riconosce come autentica. Mentre Istanbul dormiva, convinta che due cuori infranti stessero solo scappando per amore, la verità era molto più crudele: lo avevano fatto per soldi, sì, ma soprattutto per livellare i conti con una famiglia che li aveva ridotti a strumenti. Lei, “la sorella povera” tollerata per pietà; lui, l’erede “gestibile” sacrificabile agli affari. “Non mi pento,” disse all’improvviso Zeynep, sorpresa dalla fermezza della propria voce. “Qualunque cosa succeda, non mi pentirò mai di aver scelto me stessa.” Alihan annuì, con lo stesso brivido di terrore ed euforia che gli correva addosso da ore: era come stare sul ciglio di un precipizio, sapendo di poter morire o imparare a volare. “Per la prima volta,” sussurrò, “questa è l’unica cosa davvero nostra.”

Quando lei si addormentò, cullata dal ronzio dei motori e da sogni fatti di spiagge americane, tribunali corrotti e valigie di contanti che diventavano ali, Alihan rimase a guardarla a lungo. Nelle sue ciglia ancora umide riconobbe tutte le versioni di Zeynep che aveva amato: la ragazza che gli teneva testa senza paura, la donna che era partita per l’America pur di dimenticarlo, la combattente che non si era lasciata spezzare da Zerrin, la complice che aveva accettato di sporcare le mani per strapparsi dalle catene. Sapeva che il mondo li avrebbe chiamati ladri, traditori, fuggitivi. Loro, però, avevano scelto un altro nome: sopravvissuti. Mentre l’aereo bucava l’oscurità dell’oceano lasciandosi Istanbul alle spalle, con 10 milioni nelle banche sbagliate e un segreto capace di far crollare un impero, una sola promessa li teneva svegli, più del caffè e della paura: qualunque cosa li aspettasse dall’altra parte, non si sarebbero mai pentiti di aver scelto se stessi.