FUNERALE DI HATICE INTERROTTO DA DORUK: FA QUALCOSA DI FOLLE | ANTICIPAZIONI LA FORZA DI UNA DONNA
Il cielo sopra Istanbul è una distesa di pioggia e pianto nel giorno dell’addio a Hatice. Le gocce scivolano sulle lapidi come lacrime ostinate, mentre davanti alla fossa appena scavata si consuma uno dei momenti più strazianti di La forza di una donna. Attorno alla bara di legno chiaro, amici e familiari si stringono in un silenzio irreale, spezzato solo dai singhiozzi e dal rumore sordo della terra bagnata. Enver è un’ombra curva su sé stessa, sostenuto a fatica; Nisan si aggrappa al cappotto del nonno, gli occhi rossi di chi ha pianto fino a non avere più voce. Ma è Doruk, il più piccolo, a trasformare quel funerale in una scena che nessuno dimenticherà.
Doruk non si nasconde, non piange come la sorella. Fissa la bara con uno sguardo troppo adulto per il suo viso. Quando l’imam sta per concludere la preghiera e la prima pala di terra si prepara a cadere, il bambino scatta in avanti con una decisione che gela il sangue. Ignora le mani che cercano di trattenerlo, corre verso il bordo della fossa scivolosa, si aggrappa alle corde. «Nonna, non andare!», urla con una voce che sembra spezzare il cielo. Non vuole lanciare un fiore, non vuole un ultimo saluto: vuole fermare la sepoltura. Con il suo piccolo corpo si mette tra la terra e la bara, come se potesse bloccare la morte con la forza dell’amore. È un gesto folle e purissimo, una ribellione disperata contro l’irreversibile.
Il caos esplode in un attimo. Arif si getta verso di lui per afferrarlo per la giacca prima che scivoli nella fossa; qualcuno grida il suo nome, qualcuno piange apertamente. Doruk scalcia, si dimena, implora. «Ha paura del buio!», singhiozza, come se Hatice potesse ancora sentire, come se bastasse una carezza a riportarla indietro. Enver, fino a quel momento piegato dal dolore, trova una forza inattesa: si stacca da chi lo sorregge, cade in ginocchio nel fango e abbraccia il nipote con una disperazione che è insieme paterna e infantile. Nonno e nipote si stringono come due naufraghi nello stesso mare in tempesta. Enver sussurra che la nonna è un angelo, ma Doruk non vuole un angelo: vuole la sua nonna, con le sue favole e la colazione pronta all’alba.
Quel gesto interrompe il funerale per lunghi minuti che sembrano eterni. La pioggia continua a cadere, l’imam attende in silenzio, i presenti assistono a un dolore che si fa carne e voce. Doruk, esausto, si accascia tra le braccia del nonno, sconfitto ma non domato. Ha provato a fermare la morte con le mani nude, e in quell’atto impossibile ha mostrato a tutti quanto fosse profondo il suo legame con Hatice. È la fine dell’infanzia: nel suo sguardo non c’è più solo smarrimento, ma la consapevolezza che alcune cose non si possono aggiustare. E mentre la terra copre definitivamente la bara, una promessa sussurrata scivola tra le lacrime: «Non ti lascerò mai, nonno».
Eppure, in mezzo a quell’abbraccio che commuove anche i più duri, un’ombra osserva con occhi diversi. Sirin guarda la scena e nei suoi lineamenti passa un lampo di gelosia amara. Anche nel giorno dell’addio alla madre, riesce a sentirsi esclusa, come se l’amore tra Enver e Doruk le rubasse spazio, luce, centralità. È un dettaglio che pesa come una minaccia: mentre la famiglia tenta di sopravvivere alla perdita, le fratture interne non si rimarginano, anzi si approfondiscono. Bahar, ancora in ospedale e ignara di ciò che accade al cimitero, percepirà forse solo un brivido, un richiamo lontano. Ma quando scoprirà che suo figlio ha tentato di gettarsi nella fossa per trattenere la nonna, capirà che il dolore non ha colpito soltanto il presente: ha inciso il futuro. Nulla, dopo quel gesto, sarà più come prima.