Giustizia (episodio 286): il giorno in cui il boia restituiva i morti

Nell’aria tesa dei corridoi del tribunale, il caso esplose come una miccia bagnata: lenta, imprevedibile, inevitabile. Ceylin fissava le foto sul tavolo, Ilgaz scomparso, l’alfabeto di un archivio maledetto: cassetti ordinati con manie da monaco, targhette con nomi di persone già uccise, un rituale che profumava di incenso e ossessione. “È lui,” sussurò la giovane procuratrice, “un sicario con disturbo ossessivo-compulsivo: uccide come gli chiedono, riconsegna i corpi incappucciati, puliti, pronti per il lutto.” Ma stavolta la lettera A era vuota. Nessun “A” nel cassetto, nessun corpo da riconsegnare. “Allora Ilgaz è vivo,” rispose Pars, con un sollievo che gli tremava nelle mani. La casa era una trappola, il vicolo un imbuto, la polizia scomparve come fumo dietro gli ulivi. La decisione fu semplice e crudele: svuotare la scena, fingersi vento, aspettare alla deviazione. Quando tornerà, il boia troverà non una famiglia in attesa del suono del campanello, ma l’acciaio delle manette.

L’uomo senza nome: Nevzat e la grammatica del male

La caccia iniziò al primo lampeggiante. Una berlina blu tagliò la strada polverosa; “Fermi tutti,” ordinò Eren. Estrassero l’uomo come un chiodo dalla gomma: mani alzate, occhi scuri che misuravano i margini. “Nevzat Böldiran, sei in arresto per sequestro di persona e omicidi multipli.” Nessuna arma, solo la calma elastica di chi ha già calcolato il tempo del silenzio. In centrale, le domande si fecero coltellate: “Dov’è il procuratore Ilgaz Kaya?” Nevzat sorrise di niente. Gli porsero una penna. Scrivi. Un no secco, gutturale. La sceneggiatura del mostro si stava scrivendo da sola: casa intestata a una vittima passata, jammer in auto, percorsi ciechi, e quella liturgia del ritorno che tradiva l’assassino più di qualsiasi impronta. Fuori, la vita fingeva normalità: madri che promettevano lavoretti di scuola, padri con giacche stropicciate, un tè troppo dolce all’ospedale. Dentro, Ceylin stringeva i pugni per non urlare: “Se l’‘A’ è vuota, allora tornerà a finire l’opera. Dobbiamo prenderlo prima che compili l’alfabeto.”

Le famiglie in bilico: processi, promesse e una sedia vuota in aula

Il destino non aspetta i verbali. In aula si decideva la libertà di Çınar Kaya, travolto da una rete criminale che usava la beneficenza come maschera: niente prove di direzione, niente ruolo di comando, un gesto rubato sotto minaccia, un farmaco divenuto condanna nelle mani sbagliate. La difesa chiese il rilascio con obbligo di firma: nessun rischio di fuga, nuove testimonianze, un quadro che cambiava. Ma ogni parola cadeva contro il vuoto lasciato da Ilgaz: la sedia del procuratore, senza toga né respiro, pesava più di una sentenza. Fuori dall’aula, la realtà mordeva: Yeşil veniva ammanettata per istigazione all’omicidio del marito, credeva un accordo già scritto, ignorava che il sicario aveva completato il suo rituale altrove. Il caso si moltiplicava come specchi rotti: un boia che consegna corpi “perfetti”, una madre che prepara la colazione per calmare l’ansia, un collega che sanguina in corsia mentre insiste di voler tornare sul campo. Il dramma giudiziario si era spostato dal banco dei testimoni al cuore delle case.

Il ritorno del boia: un alfabeto di cassetti e una trappola al buio

Quando la città trattenne il fiato, arrivò il segnale. Un filo di sangue sull’asfalto, un odore di candeggina in cucina, un’ombra che attraversava la carreggiata come un animale ferito. “Resterà fedele alla sua ossessione,” ragionò Pars. “Riconsegna sempre. Tornerà.” Le unità si disposero come note su uno spartito, studiate per il colpo di scena: all’innesto della strada, auto mimetizzate, l’IT forense a ricostruire celle telefoniche, la scientifica a spogliare di segreti ogni centimetro di legno. Goksu aprì i cassetti: alfabetico, meticoloso, feroce. Ogni nome una lapide, ogni oggetto una firma. Ilgaz non c’era, ma c’era il suo spazio: un vuoto riservato, quasi un rispetto. È questo che terrorizza: il male quando si dà delle regole. Ceylin, intanto, scelse l’unica disciplina possibile per restare umana: non crollare. “Finché non rientra, non respiro,” disse. E fu come mettere il casco prima della tempesta.

La verità bussa due volte: salvataggio, confessione e la promessa che resta

La sirena squarciò l’alba, il fermo di Nevzat divenne catena, il suo complice una pedina recuperata sul tetto di un condominio; nelle cuffie correva l’ammissione registrata, abbastanza per incalzare un giudice, non abbastanza per trovare il nascondiglio. Poi il miracolo tecnico: l’incrocio fra la telemetria dei veicoli e un pagamento in contanti lungo la tratta, il varco sorvegliato che lo aveva visto passare solo all’andata. L’irruzione fu chirurgica; e quando Ilgaz riaprì gli occhi, il mondo intero sembrò ricomporsi nella piega della sua mascella. Non c’è trionfo, solo restituzione. Ceylin non pianse: “Non ti lascerò più solo finché non capiremo chi ha ingaggiato il boia.” È la frase che salva e condanna insieme, perché promette guerra. Se segui Giustizia per le verità che bruciano, resta con noi: il nome dietro il sicario non è ancora sul registro, e l’alfabeto del male, purtroppo, ha ancora lettere da compilare. Continueremo a cercarlo, finché ogni cassetto non avrà il suo responsabile e ogni porta, finalmente, potrà restare chiusa di notte.