Hikmet contro Esat: la notte in cui tutto cambia

Nella penombra dell’ufficio di Hikmet, la città sembrava essersi fermata fuori dalle finestre. Le luci dei lampioni disegnavano strisce dorate sul pavimento di marmo, ma dentro regnava un gelo quasi tangibile. Esat teneva lo sguardo fisso sulla cartellina nera posata sulla scrivania; dentro c’era la sua vita, compressa in poche pagine. Hikmet si appoggiò allo schienale della poltrona, un mezzo sorriso che non arrivava mai agli occhi. «Non avrei mai pensato che saresti stato tu a darmi questa opportunità» sussurrò, rompendo il silenzio. Opportunità. Così chiamava il ricatto. Esat sentì le mani sudate, il cuore spingere forte contro il petto: in quei documenti c’era la prova di qualcosa che lui aveva giurato di seppellire per sempre, una scelta fatta “per amore” che ora rischiava di distruggere tutti.

Il prezzo del silenzio 

«Non ti chiedo molto» continuò Hikmet, con la calma di chi sa già di aver vinto. «Solo la verità… ma raccontata come dico io.» Gli porse una penna, come se gli stesse offrendo una via d’uscita, non una condanna. «Voglio la tua deposizione contro Ceylin e Ilgaz. Voglio che tu confermi che quella notte, all’università, non erano solo testimoni, ma complici.» Il nome di Ceylin infestò l’aria tra loro come un rimpianto. Esat chiuse gli occhi un istante: rivide il corridoio dell’università, le telecamere di sicurezza, il volto di Servet a terra, le urla strozzate che rimbalzavano tra le pareti. Aveva sempre saputo che quel giorno, prima o poi, sarebbe tornato a chiedere il conto. «Stai giocando con la vita di persone innocenti» mormorò Esat, cercando una forza che non sentiva più. «No» replicò Hikmet, piegando appena il capo. «Sto solo usando la tua colpa per ottenere giustizia.» Ma giustizia, sulle sue labbra, suonava come vendetta.

Un segreto nato nel sangue

Anni prima, la facoltà di legge era stata il loro mondo. Ceylin, brillante e impulsiva; Ilgaz, rigoroso e inflessibile; Engin e Tulin, ombre e luci di un’epoca in cui tutto sembrava possibile. E poi c’era Servet, il professore che sapeva trasformare ogni lezione in una prova di forza morale. Quello che nessuno sapeva era che Servet custodiva dossier, registrazioni, appunti su tutti loro. Non per proteggerli, ma per dominarli. Quando Ceylin aveva scoperto parte della verità, era stato troppo tardi: un confronto nel suo studio, una porta chiusa, una telecamera che “per caso” smetteva di funzionare proprio nel momento cruciale. Il corpo di Servet trovato senza vita nel corridoio, il sangue che tracciava una linea fino alla soglia. Esat era lì. Aveva visto chi usciva per ultimo, chi tremava, chi mentiva a se stesso. E in una frazione di secondo, aveva deciso di tacere su un dettaglio, convinto che così avrebbe protetto chi amava. Quella omissione era diventata la crepa su cui ora Hikmet stava costruendo l’intero castello del suo ricatto.

La trappola di Hikmet

Nessuno sapeva con precisione come Hikmet fosse riuscito a mettere le mani sui vecchi filmati della facoltà, quelli che perfino la polizia credeva irrimediabilmente persi. Si parlava di un ex tecnico corrotto, di un archivio digitale mai davvero cancellato, di una chiavetta passata di mano in mano tra chi aveva troppo da perdere per parlare. Fatto sta che, in quell’ufficio, Hikmet teneva fra le dita la verità più temuta: un frammento video dove Esat compariva in un punto del corridoio in cui, secondo la sua dichiarazione ufficiale, non avrebbe dovuto trovarsi. «Vedi?» disse, premendo play sul tablet. L’immagine sgranata mostrava Esat che si voltava di scatto verso la porta dello studio di Servet, pochi secondi dopo un tonfo sordo. «Tu hai visto più di quanto hai raccontato. E se io consegnassi questo alla procura, sai cosa penserebbero? Che il silenzio di allora non fu un errore, ma complicità.» Il sangue abbandonò il volto di Esat. In un attimo comprese la portata della trappola: se avesse parlato, avrebbe distrutto Ceylin e Ilgaz; se avesse taciuto, sarebbe lui stesso il bersaglio di una nuova indagine, una macchia indelebile sul suo nome e sulla sua carriera. Ogni strada portava al precipizio.

Il giuramento spezzato

La notte sembrava farsi più densa, come se il buio premesse contro i vetri. Esat afferrò la penna, sentendo il peso di anni gravare sul gesto più semplice. Gli tornarono alla mente le promesse scambiate con Ceylin: «Qualunque cosa accada, diremo sempre la verità.» Allora ci avevano creduto davvero. Ma la verità aveva chiesto un pedaggio che nessuno era pronto a pagare. «Se firmo» disse a voce bassa, «non sarò più io. Diventerò il tuo burattino.» Hikmet inclinò il capo, quasi divertito. «Ti sbagli. Se firmi, resterai libero. Libero di continuare a fingere di essere l’uomo onesto che tutti credono tu sia.» In quel paradosso stava tutto l’orrore di quella notte: per salvare la propria vita, Esat doveva uccidere la fiducia di chi, per anni, l’aveva considerato un amico. Un clic secco segnò l’istante in cui la penna scattò e toccò la carta. Fu in quel momento che Esat si rese conto che non stava solo firmando una deposizione: stava riscrivendo il passato, tradendo sé stesso e condannando il futuro di chi aveva cercato, a modo suo, di difendere. E mentre la sua firma si componeva lenta sul foglio, un pensiero gli attraversò la mente come un lampo: la notte nel cuore non è l’oscurità fuori, ma quella che lasci entrare dentro di te.