Il Ritorno di Ceylin: tra giustizia, inganni e un fiore che annuncia la prossima tempesta
Un ritorno in aula
Nell’alba lattiginosa di Istanbul, il messaggio vibra come una campana nella tasca di Ceylin: l’Ordine ha accolto il ricorso, la sospensione di tre mesi è commutata in semplice avvertimento. “Davanti a voi c’è di nuovo un’avvocata,” sussurra, con un sorriso che sa di rivincita. Ma la gioia è un vetro sottile: dietro, l’ombra della prossima udienza allunga dita fredde. Ilgaz, che ha smesso di chiamarsi “procuratore” da quando ha reso il distintivo, la guarda come si guarda una fiamma che brucia e illumina insieme. “Torna in procura,” lo incalza lei, mezza supplica, mezza sfida. Lui nicchia, l’orgoglio a metà tra ferita e bussola. Poi il caso li inghiotte: Pars, l’amico procuratore con la schiena dritta e il cuore a scacchi, viene punto dal sospetto su Neva; un appartamento venduto dopo l’omicidio, soldi opachi, risposte che mancano. “Non guardare da fratello, guardalo da procuratore,” lo ammonisce Ilgaz. È in quel punto preciso che l’amicizia scricchiola: dove la verità pretende sangue.
Trappole di vetro
Il giorno si rompe in una stanza asettica: una perizia psichiatrica, un vaso posato troppo in vista, una provocazione che sa esattamente dove colpire. Ceylin parla, si difende, poi quella crepa nell’aria: “Quanta rabbia?” “Otto.” “Dieci.” Il vaso esplode in un racconto che non le appartiene. “Ha colpito il mio viso,” urla il perito, e l’accusa è una rete tesa da Yekta, il principe delle ombre legali. La scortano fuori mentre lei ripete “Non l’ho toccato”, e Pars firma l’atto duro, perché il codice lo chiede e la fiducia, in quel momento, non basta. Ma Ilgaz entra come un colpo d’aria: chiede l’analisi della stanza, le telecamere del corridoio, il tragitto del vaso-un oggetto ha sempre un passato, come le persone. Mentre lei attende in cella con il cuore che batte al ritmo dell’ora legale, fuori si corre nel bosco di Şile, tra fototrappole, radici e nidiate: Eren scava dietro un nido, trova un proiettile come una biglia sporca di verità. Non basterà, forse, ma quando si lotta sul filo, ogni millimetro conta.
Il processo come teatro crudele
L’aula è un ring lucido. Yekta sabota con eleganza avvelenata: accusa Ceylin di aver desiderato più volte la morte di Engin, insinua conflitti d’interesse grandi come palazzi-Metin, il padre di Ilgaz, ha firmato rapporti sulla scena; Eren, l’amico, ha raccolto prove; Ilgaz, marito e legale, unisce cuori e fascicoli. “Tutto da scartare,” pretende. L’aria si fa tagliente. Il giudice ammonisce, la madre di Engin plasma con le sue lacrime un sudario di parole: “Kefen.” Ceylin sta dritta, voce ferma, racconta la notte al bosco, il colpo alla nuca, la pistola strappata. Poi il tempo si piega: la scienza arriva in ritardo come sempre, ma quando arriva sposta le montagne. Il proiettile di Şile combacia con un’arma trovata a casa di Niyazi Karaçam. Sul metallo, il sangue di Engin. Il pavimento dell’aula smette di oscillare. La custodia cautelare si dissolve, la porta si apre. “Libera.” La parola cade come pioggia su una terra screpolata. Yekta urla “Scandalo”, ma il suo eco suona più corto del solito.
Promesse, famiglie e debiti
Sera. Fumo di carne alla griglia, risate che inciampano e ripartono, giovani che si guardano da lontano come pianeti inesperti. Le famiglie si annusano, si studiano, si promettono inviti futuri con cortesia di porcellana. È la tregua delle cose normali. Ilgaz, con un panino a metà, le poggia accanto la decisione che pesa come un timbro caldo: “Domani deposito la richiesta. Torno in procura.” È un patto con se stesso prima che con lei-non lasciare i corridoi della giustizia a chi li usa come specchi. Intanto, altrove, una giornalista scoperchia una storia più nera del petrolio: un bambino salvato da un padre-mostro, un test di paternità falsificato da Yekta, un debito che ha tenuto insieme silenzi e coperture. “Tutto è in digitale,” avverte, “se mi fate male, brucio voi.” Il sistema è un organo: quando lo tocchi, sanguina. Ma a volte, se insisti, guarisce.
Il fiore e la minaccia
La mattina dopo, un fiore arriva senza firma. “Selam Ceylo. Congratulazioni. Non temere. Sono morto. Proprio come volevi.” La carta odora di terra bagnata e di scherzi postumi. “Ma le sorprese continuano.” Ilgaz stringe la mascella, lei inspira piano: la pace, per loro, è sempre un corridoio con la luce in fondo e passi alle spalle. Eppure avanzano. Perché c’è un’etica che non si baratta, un amore che non chiede l’assoluzione, e una città che ogni giorno mette alla prova chi la abita. Oggi hanno vinto per un soffio: un proiettile nel nido, una contraddizione nelle carte, una porta che si apre. Domani, chissà. Ma quando la giustizia trova il suo respiro, anche il dramma smette di essere puro dolore e diventa scelta. E loro, insieme, sanno scegliere. Se questa storia ti ha tenuto incollato, resta con noi: la verità ha sempre un secondo atto, e spesso è quello che ribalta tutto.