“Ilgaz, messo alla prova con la sua famiglia”: il gioco crudele che trasforma le vittime in carnefici
Non c’è fuga nel buio quando la paura ha un nome e un metodo. In “Ilgaz Ailesiyle Sınandı – Yargı”, il dramma si apre dentro una stanza senza finestre, dove l’aria pesa come una sentenza e ogni respiro è un atto di disobbedienza. Le voci si sovrappongono, nervi a fior di pelle: “Prima il bambino beve”, qualcuno ordina; un altro ringhia, “Sei umano?”. La sete è scandalo, la fame è rissa, la claustrofobia diventa miccia. Uno confessa: “Sono rimasto sotto le macerie per quattro giorni… qui mi verrà un infarto”. Un altro, tremante, si denuda per coprire il piccolo con la giacca, mentre l’ombra del carceriere guarda da lontano, forse da una telecamera, forse da un’abitudine all’onnipotenza. Quando bussano alla porta non arrivano soluzioni ma brandelli di cibo; abbastanza da dividere, mai da saziarsi. È allora che una voce femminile – Ceylin, l’avvocata – prova a ricucire la carne viva della paura: “O usciamo insieme, o non usciamo”. Ma proprio quando la tregua sembra possibile, il sangue appare. “C’è sangue… qualcuno è morto qui”. E il passato, come una lama, torna a parlare.
Il filo rosso è un questionario, un test macabro travestito da gioco: “Se il tuo caro fosse in pericolo, uccideresti? Chi agirà per primo con la pistola sopravvive?”. Domande nate in un caffè con Wi‑Fi aperto, inviate a telefoni diversi, forse a coscienze uguali. Ceylin lo riconosce: l’ha visto sul computer della PM Elif Caba, lo ha compilato persino in luna di miele, tra un tuffo e un “ti salverei anche a costo della mia vita”. Nulla di più innocente, nulla di più rivelatore. Perché quel test non è un passatempo: è preambolo, selezione, addestramento psicologico. Gli inquirenti incrociano dettagli: l’emigrato dell’agenzia immobiliare, il tassista, indirizzi email contaminati dallo stesso sondaggio. E poi il pozzo, a Erenköy: quattro corpi recuperati dal giardino di una villa, niente assassino, soltanto un copione orribile – prima il freddo, poi la fame, infine l’uno contro l’altro. “Le vittime si sono uccise a vicenda”, dice Ceylin, e il gelo che entra nella stanza non è colpa delle pareti. La verità che uccide è questa: il carnefice non sporca le mani se ti convince a usare le tue.
Dentro la prigione improvvisata, le regole del gioco si compiono con efficacia scientifica. Si comincia dal bambino: febbre, brividi, il coro che implora una coperta e un farmaco. Il “padrone” ascolta – perché ascolta sempre – e concede appena abbastanza da creare debito, colpa, gerarchie. Samet si presenta, Ceylin gli risponde, i nomi circolano come àncore per non scivolare nella bestialità. Ma l’istinto fa il suo richiamo: “Siamo tutti morti”, sputa uno, e le mani si agitano, i corpi si urtano, la diffidenza mangia il silenzio. Un frammento di pane diventa un processo, una mezza bottiglia un verdetto: chi decide chi beve? chi ha più diritto a vivere? La stanza allora svela il suo disegno: non è una cella, è uno specchio. Ognuno vede nell’altro il proprio mostro privato – la debolezza che disprezza, la vergogna che nega – e l’assassino vero, là fuori, può limitarsi a cambiare batterie alla telecamera. Il canto che irrompe (“Kül olur kalbindeki zamanla…”) non consola, marchia: bruceranno i tempi nel cuore finché non resterà cenere. A quel punto la domanda finale si impone: quanti minuti separano la civiltà dall’abisso?
Fuori, l’indagine ha una sola pista e mille trappole. Il test online lega vittime che non si conoscono: un tassista, un agente immobiliare, un magistrato, una sposa in vacanza. Non è casualità, è statistica criminale. Qualcuno filtra, osserva, sceglie chi ha già immaginato l’omicidio come scelta estrema, chi ha confessato che “dipende da quanto sono costretto”. Il caffè con Wi‑Fi pubblico è la chiesa del predatore: tutti si connettono, tutti si credono invisibili. I poliziotti, i PM, “tutti ci stanno cercando”, ripete Ceylin come un mantra per tenere insieme la stanza. Ma l’orologio non perdona, e l’inchiesta inciampa nello stesso paradosso: per fermare chi trasforma le vittime in carnefici bisogna capire la soglia esatta in cui la morale cede. E quella so
glia, i sequestrati, la stanno calpestando adesso. Intanto la città continua a muoversi indifferente: qualcuno spegne le luci della cucina, qualcuno chiude la cassa del bar da cui è partito il questionario, qualcuno carica un file in cloud. La banalità del male è sempre in orario.
Eppure una crepa di luce resiste. Nella stanza, tra un “tieni duro” e una presa che non deve mollare, qualcuno sceglie di non odiare. Non basta a spaccare la porta, ma basta a ritardare il crollo. Nel racconto di Yargı, il dramma è costruito come una serratura con più scatti: rischio, sospetto, panico, colpa, e infine scelta. L’ultima chiave è sempre la stessa: restare umani. Se il killer ha vinto altre volte, è perché gli hanno regalato la loro paura impacchettata in una lite. Questa volta, forse, basterà un patto semplice: niente urla per il pane, niente assalti per l’acqua, il bambino prima, poi gli altri, e silenzio quando la rabbia morde. Non è eroismo, è strategia. E fuori, per chi indaga, la chiamata all’azione è urgente: tracciate il sondaggio, mappate gli hotspot pubblici, incrociate i log dei dispositivi, cercate l’unico profilo che non ha mai risposto ma ha fatto sempre la stessa domanda. Perché il tempo brucia, e il prossimo pozzo è già stato scavato. Se questa storia vi ha tenuti con il fiato sospeso, restate con noi: seguite gli aggiornamenti, condividete le vostre teorie e chiedete di più sicurezza digitale nei luoghi pubblici. In questo gioco sporco, l’informazione è l’unica arma che non uccide.