ILGAZ SCOMPARSO, CEYLIN IN CORSA CONTRO IL TEMPO: IL SICARIO CHIEDE COME VUOLE MORIRE – LA NOTTE CHE FERMÒ LA CITTÀ

Il giorno in cui la città si ferma è quello in cui Ilgaz sparisce. Doveva prendere la piccola Merjan a scuola, ma il telefono è spento, l’auto non compare su nessuna telecamera, e la segreteria risponde al posto suo come un muro freddo. Ceylin finge calma davanti alla bambina, la porta in piscina per trasformare le lacrime in bracciate, poi al ristorante, poi di nuovo a casa: ogni sorriso è un ponte fragile sopra un abisso. In procura, gli agenti si mordono le labbra: Oktay è “in aereo” per Londra e intanto non è su nessun volo; la sua assistente Melis chiama Ilgaz con urgenza dall’azienda di Yeliz Ortuğlu, proprio la donna che lo ha accusato e che ora è sospettata per l’omicidio del fratello e della cognata. Iran mette in riga tutti: si controllino traffico, celle, chiamate. L’ultimo aggancio telefona da quella stessa azienda. Le pattuglie partono; Ceylin chiede l’indirizzo e corre. A casa, la nonna prova a proteggere Merjan con vassoi di dolci appena sfornati, ma la bambina sente l’assenza come si sente un temporale prima che cada la pioggia: “Perché papà non è venuto?”

## La rete si stringe: un pacco, una stanza, e un invito a cena che sa di trappola

Tutto inizia come una giornata normale e niente lo è davvero. Una segretaria consegna “un pacco molto importante” destinato al procuratore; un ex dirigente sicurezza si offre al miglior offerente; un investigatore giura che Oktay è controllato “al club”, ma dentro il club non c’è più nessuno. Fuori scena, Yeliz appare perfetta: elegante, studiata, consapevole del consiglio dell’avvocata (“non darle appigli”), accoglie l’ospite Bulant in camera invece che al ristorante, dolci, sushi, parole misurate. Nel frattempo, la figlia piange in spogliatoio, poi ride in acqua, poi ha fame: la vita che insiste, testarda. Ma l’odore di regia resta nell’aria. Quando Iran conferma: “L’ultima cella di Ilgaz è l’azienda Ortuğlu”, si capisce che la cena è un sipario, non un appuntamento. Ceylin stringe i denti, lascia la figlia alla nonna, guida come se la strada fosse un filo: se c’è un sicario, è lì che aspetta. E se Yeliz ha pagato qualcuno, è lì che i soldi hanno preso forma.

## La confessione del boia: “Non sono un seriale, lavoro a commissione”

Ilgaz apre gli occhi nel buio di un seminterrato che non ha finestre. Una voce, prima lontana poi vicinissima, gli scivola addosso come ghiaccio: “Dimmi come vuoi morire.” È il marchio del mostro di cui parlano i fascicoli: non un serial killer, ma un esecutore disciplinato che chiede alla vittima la modalità, la trasforma in rituale, la fascia come un sudario e la getta via. “Non sempre”, dice lui, quasi offeso, “qui mi credono seriale, io sono pagato.” E versa la verità come veleno in gocce: è stato ingaggiato, Yeliz ha capito che Ilgaz stava ricomponendo i delitti e ha alzato la posta. “Non ho tempo: seguo un sistema, non amo i ritardi.” Ilgaz tenta il contrappasso dell’interrogatore: sposta domande, allunga il gioco, cerca appigli nei rumori, nella cadenza, in un’imprecisione. Non c’è. Il sicario è lucido, chiude le falle prima che si aprano. “Come vuoi morire?” ripete. “Non lo so, perché non voglio morire.” Ed è la frase più vera di tutta la puntata.

## Caccia cieca: pattuglie in corsa, telefoni muti e la mappa che mente

Alla centrale, il panico si trucca da procedura. Si aprono liste: targhe, IBAN, turni, uscite secondarie, finestre dei club, badge di aziende. Si interroga la moglie di Oktay, si chiama l’assistente Melis, si incrociano celle: l’ultima posizione del viceprocuratore combacia con la chiamata della donna. “Mandate tutte le unità alla Ortuğlu,” ordina Iran, mentre un altro collega si accorge che i pedinatori aspettano davanti alla porta sbagliata. Gli uomini di Bulant, nel frattempo, stringono il cerchio su un’influencer che “ha mentito per ordine del vice Eğlal”: la colpa risale la catena come un gatto su per le tende. Ceylin corre, poi chiama, poi smette di chiamare. Entra, esige, bussa forte. Nessuno apre. La casa finge calore; la stanza d’albergo finge intimità; il club finge presenza. In strada, una bambina chiede una favola per dormire; la nonna inventa una principessa che aspetta il padre alla porta e non si arrende finché non lo vede.

## Respiro sospeso: il colpo di scena che non vediamo e la domanda che resta

Quando finalmente la porta del seminterrato si apre, non entra la luce: entra la scelta. Il sicario sistema i tempi come un direttore d’orchestra, prende il “pacco” che qualcuno ha messo in circolo per spostare sospetti e lo trasforma in detonatore psicologico. Non vuole messaggi: vuole un rituale compiuto. Lontano, la volante frena, scende qualcuno, un nome rimbalza in corridoio. Vicino, Ilgaz morde la paura, la usa, la piega, prova a trasformarla in variabile. “Come vuoi morire?” “Voglio vivere.” È abbastanza per guadagnare due secondi, non per salvarsi. Yeliz alza un calice in salotto, Bulant sorride senza gli occhi, Melis scrive un messaggio che cancella subito. La città conta fino a tre e resta al due. Fine della penultima corsa, inizio dell’ultimo atto. Vuoi sapere chi ha pagato davvero, dov’è Ilgaz, e se Ceylin arriverà in tempo? Scrivi “Voglio la verità” e seguici: quando un sicario chiede la tua morte come un favore, l’unica risposta possibile è trasformare la scena del crimine nella scena della liberazione.