La Genialità Prevedibile di Don Matteo

C’era un tempo in cui la televisione italiana non aveva bisogno di cliffhanger esasperati, serial killer filosofici o piattaforme streaming pronte a suggerirci cosa guardare dopo. Bastava una piazza di provincia, una caserma di carabinieri eternamente in affanno e un mistero da risolvere rigorosamente prima delle 21:30. Don Matteo nasce esattamente lì, in quella comfort zone rassicurante che prometteva ordine, moralità e una certezza incrollabile: il male esiste, ma verrà sconfitto entro la fine della puntata. Rivedere oggi la prima stagione significa fare un tuffo in un’Italia televisiva che non esiste più, fatta di ritmi lenti, dialoghi semplici e una fiducia quasi commovente nella bontà umana. Ed è proprio qui che si nasconde la sua genialità: Don Matteo non ha mai provato a sorprendere davvero, ha sempre preferito confermare ciò che lo spettatore già sapeva, e lo ha fatto con una coerenza disarmante.

Fin dai titoli di testa, accompagnati da una musichetta oggi definibile senza pietà “cringe”, la serie mette subito in chiaro le sue intenzioni. Il cast è solido, rassicurante, quasi familiare: Terence Hill, con il suo carisma silenzioso e lo sguardo che sembra leggerti l’anima; Nino Frassica, comicità involontaria e irresistibile; Flavio Insinna nei panni del capitano integerrimo e perennemente contrariato. Tutto è riconoscibile, tutto è al posto giusto. Persino l’ingresso in scena di Don Matteo, con quella lunghissima camminata verso la telecamera, sembra una dichiarazione di poetica: non c’è fretta, non c’è ansia, arriveremo dove dobbiamo arrivare. E quando arriva, Don Matteo non è un prete qualunque: è un investigatore morale, un Sherlock Holmes in tonaca che non cerca solo la verità giudiziaria, ma soprattutto la redenzione dell’anima.

La prima indagine è l’emblema di tutto ciò che la serie sarà negli anni a venire. Un operaio muore, i carabinieri parlano di suicidio, la vedova non ci crede. Fine. Da qui parte un’indagine che, vista oggi, fa sorridere per le sue incongruenze: perizie calligrafiche prima impossibili e poi improvvisamente fattibili, autopsie che sembrano ignorare dettagli fondamentali, indizi che spuntano dal nulla al momento giusto. Eppure, nulla di tutto questo sembra davvero un problema. Perché Don Matteo non è un giallo realistico, è un giallo morale. Le intuizioni del protagonista arrivano prima delle prove, le sue certezze precedono i fatti. Don Matteo sa già chi è innocente e chi è colpevole, e tutto il resto serve solo a dimostrarlo agli altri. È una narrazione quasi evangelica: la verità non si scopre, si rivela.

In questo universo, anche i personaggi secondari hanno un ruolo preciso e immutabile. Natalina, la perpetua, non è lì per far avanzare la trama, ma per innescare l’illuminazione del protagonista con osservazioni apparentemente sciocche. I carabinieri oscillano costantemente tra l’incompetenza e la buona volontà, perché devono avere bisogno di Don Matteo, altrimenti il meccanismo si rompe. Il cattivo di turno, spesso un imprenditore o un potente locale, è destinato a crollare non tanto davanti alle prove, quanto davanti a un’omelia ben piazzata o a una frase sulla responsabilità e sul pentimento. Il momento clou non è l’arresto, ma la confessione. Non conta come, conta perché. E soprattutto conta che, alla fine, l’ordine morale venga ristabilito.

Rivedere oggi la prima puntata di Don Matteo è un’esperienza straniante ma sorprendentemente piacevole. È lenta, prevedibile, a tratti ingenua. Non fa ridere davvero, non tiene col fiato sospeso, eppure funziona. Funziona perché non ha mai tradito la sua promessa iniziale: offrire conforto. In un’epoca in cui le serie cercano disperatamente di scioccare, Don Matteo resta fedele a se stesso, con i suoi colpi di scena telefonati e la sua morale rassicurante. È una fiction che non vuole mettere in crisi lo spettatore, ma accompagnarlo. Ed è forse proprio per questo che, a distanza di oltre vent’anni, continua a resistere. Non è invecchiata bene perché era perfetta, ma perché sapeva esattamente cosa voleva essere. Prevedibile, sì. Ma anche, nel suo piccolo, geniale.