La Notte Nel Cuore : HIKMET- IL DEMONE SENZA PIETÀ! Lascia morire Sumru per starda.. la sua crudeltà

Il demone senza pietà: quando la vendetta divora la casa

L’aria si taglia come vetro fin dalla prima scena: una sedia stride, gli occhi di Tassin sono lame, e le parole di Ikmet – ferite aperte – lo colpiscono senza pietà. Ma lui non trema. Si è seppellito la pietà il giorno in cui sua madre morì da sola in una grotta, e il mondo, da allora, ha smesso di meritare acqua. È una dichiarazione di guerra pronunciata nel corridoio di una villa che non appartiene più a nessuno, se non al rancore. La stampa s’incunea come avvoltoi nel cortile: flash, mormorii, il cognome Shanalan che scivola dal marmo alla polvere. Bunyamin tenta di ricamare bugie di circostanza – “solo un trasloco” – ma viene tradito dal sarcasmo tagliente di N, mentre Esat esplode e minaccia davanti a tutti, costringendo Tassin a riprendere il controllo. In salotto, Gian lancia l’ultimo avvertimento: pagheranno. Tassin sorride gelido; Ikmet pianta il suo vessillo: “Metà di questa casa è mia”. Più che un diritto, un giuramento. Quando Sumru varca di nuovo quella soglia, con Enis e Cadrie alle spalle, sembra una regina rientrata dal bando. La sua vendetta non è urlo, è memoria incisa: la fame, l’umiliazione, i ponti bruciati da un marito che l’ha lasciata al freddo. Arika e Esat la sbranano di accuse, ma lei resta diritta: possono rinnegarla, eppure il sangue non si disimpara. Intanto Tassin delimita il regno con righello e chiodi: a Ikmet spetta il lato nord, corridoio, tre stanze, scalone a destra; la cucina principale resta “di famiglia”. Famiglia. Parola svuotata, scheletro lucido su cui si affilano i coltelli. E mentre la casa si svuota, la nuova dimora degli Shanalan sembra un refettorio d’emergenza: stanze strette, sedie sbattute, dignità che scricchiola. Poi i video sui social, l’onta virale, la rabbia che si fa giuramento. Ma il vero terremoto arriva altrove, in una caffetteria dove Nu, accecato, scambia il dolore per diritto, il controllo per amore: urla, un bicchiere esploso sul muro, un pugno a Gian, le manette in commissariato. Sevilai trema e si protegge: “L’amore non basta, non se ogni giorno diventa paura”. Nella notte, lui bussa alla nuova casa degli Shanalan come un temporale che rifiuta il confine. La polizia lo porta via sotto gli occhi della donna che non può più amarlo in quella forma. Ed è allora che il destino incrocia la ruota libera di un camion: una gomma impazzita, un albero, il parabrezza che si sbriciola – e Ikmet, ombra tra i fari, che guarda Sumru ferita chiedere aiuto. Si volta. Sale in macchina. Va via. La crudeltà, quando è scelta, ha il suono lieve di una portiera che si chiude.

Il giorno dopo, la colpa cerca prove e le trova: le telecamere della stazione di servizio inchiodano Ikmet al suo sguardo d’acciaio. Nu non urla: si irrigidisce. E decide. Il demone prende forma nel ventre metallico di un deposito di demolizione. Un assaggio di bevanda “promozionale”, il torpore che scende come ghiaccio, l’auto trainata via, il buio del capannone che sa di ferro e di ruggine. Le ganasce del macchinario si avvicinano, l’abitacolo scricchiola, Arika piange, Ikmet picchia a piedi nudi il vetro che non cede. Davanti a loro, Nu immobile, la voce svuotata: “L’ho visto. L’hai lasciata morire.” Ikmet, con l’ultima arma – la parola – lo accusa del futuro che sta per scegliere: “Vuoi diventare un assassino? Cosa penserà tua madre?” Ma non è la morale a fermarlo, è un nome: Arika. Nipote, vita giovane, colpa che non saprebbe bruciare. Il dito batte sull’emergenza, il mostro si spegne, la lamiera allenta la morsa. Arika esce in un singhiozzo, Ikmet resta a metà, sussurra: “Te l’avevo detto. Non sei un assassino.” E in quel sussurro c’è una vittoria fredda: ha capito il suo perimetro, la crepa che lo salva e lo condanna. Nu se ne va senza parole, barcollando verso la luce rossa del tramonto, più lontano dalla vendetta, più vicino al vuoto.

Ma la casa – le case – non smettono di divorare i propri figli. Esat sputa su Esma e sul figlio che porta, Bunyamin lo abbatte con un pugno, Janan lucida il trono dell’orgoglio col sorriso. Melek diventa argine tra fratello e uomo che ama, costretta a scegliere dove le scelte sono trappole. Sumru, curva e fasciata, telefona piano: “Sto bene.” Poi sussurra di un sogno, o forse no: Ikmet che la guarda e se ne va. Le parole diventano miccia nelle mani di Nu, ma Melek lo tiene: “Non serve un altro arresto.” La verità, intanto, già pulsa su uno schermo. E mentre Ikmet tenta un’ultima invasione, presentandosi a casa Shanalan per “prendere Arika e andare da Samet”, la strada tende un altro agguato: bottigliette offerte al semaforo, un torpore condiviso, il rapimento discreto di chi sa come si cattura una coscienza. Il mondo attorno è cieco, o finge: nessuno vede due donne svenute scivolare nel ventre di ferro.

Alla fine restano i conti. Non quelli notarili di Tassin, ma gli altri: chi ha guardato e non ha soccorso, chi ha amato fino a far male, chi ha punito fino a dimenticare di essere umano. Ikmet ha scelto di non dare acqua a una nemica morente; Nu ha scelto di non oltrepassare il confine dell’omicidio; Sumru ha scelto di non mendicare pietà; Sevilai ha scelto di non abitare più la paura. E la villa, spaccata a metà, resta il tempio di questa matematica spietata, dove ogni stanza ha memoria, ogni scala trattiene un’eco, ogni porta sa di chi l’ha sbattuta. La pietà, forse, non torna. Ma una verità, sì: la vendetta è un dio geloso che pretende tutto e restituisce macerie. Quando il motore del demolitore tace, nel silenzio restano soltanto due respiri e una lezione incisa nel metallo: scegliere chi essere, nel momento in cui tutto chiede sangue. E nonostante il buio, camminare via.