Segreti di famiglia 3: il passato di Ceylin torna a presentare il conto

Nel silenzio ovattato dell’archivio del tribunale, Eren fissava il fascicolo come se potesse prendere fuoco da un momento all’altro. Il nome sulla copertina era scritto in stampatello, con l’inchiostro leggermente sbiadito: Ismail Karaca. Un suicidio archiviato troppo in fretta, una moglie distrutta, una figlia che non smetteva di fare domande. E ora, grazie alle indagini ostinate di Tugce, quel dossier tornava a galla, trascinando con sé uno dei nomi che Eren mai avrebbe voluto leggere in quel contesto: Ceylin Erguvan. Non come vittima, non come testimone, ma come avvocato della controparte al processo per bancarotta che aveva preceduto la morte di Ismail. Un brivido gli corse lungo la schiena: era solo una coincidenza o qualcuno aveva deciso di usare il passato contro di loro, trasformando ogni vecchio caso in un’arma pronta a esplodere?

Mentre fuori il traffico di Istanbul ruggiva come un mare in tempesta, Ceylin ripeteva mentalmente le fasi di quel vecchio processo, le arringhe, i documenti, gli sguardi di Ismail in aula. All’epoca, lei aveva fatto solo il proprio lavoro: difendere con ferocia il suo cliente, smontare pezzo per pezzo la versione dell’imputato, portare alla luce ogni omissione, ogni cifra sospetta. Non aveva mai pensato che, anni dopo, qualcuno potesse leggere in quella sua determinazione una condanna a morte. Quando Ilgaz le mise davanti il fascicolo, il sangue le si gelò. “Eren ha scoperto che, prima di uccidersi, Ismail era ossessionato da quel processo. Parlava di te. Diceva che gli avevi tolto tutto.” Le parole cadevano pesanti, una dopo l’altra, come gocce di pioggia prima del temporale. Per un istante, Ceylin vide crollare la linea sottile che separa la giustizia dalla vendetta, il dovere dall’accusa morale.

In un angolo meno illuminato di quella stessa città, Tugce camminava a passo veloce, stringendo al petto la cartellina con le sue scoperte. Aveva scavato nel passato di Ismail, nei messaggi mai letti, nelle mail inviate a vuoto a uno studio legale che non aveva mai risposto, nelle ricevute dei farmaci antidepressivi nascosti in fondo a un cassetto. Ogni dettaglio dipingeva il ritratto di un uomo sull’orlo del baratro, convinto di essere stato umiliato pubblicamente, schiacciato da un sistema che parlava la lingua fredda dei codici e degli articoli di legge. E in ogni sfogo, in ogni appunto furioso, compariva il nome di Ceylin come un’ossessione. Tugce sapeva che quelle informazioni avrebbero cambiato gli equilibri tra i “grandi” del tribunale; eppure, non riusciva a scrollarsi di dosso la sensazione di star aprendo una porta che avrebbe fatto male a tutti, anche a lei. Quando consegnò il dossier a Eren, le mani le tremavano appena: non era solo un’indagine, era una miccia.

La moglie di Ismail, Filiz, sedeva sul divano con le mani intrecciate, le nocche bianche per la tensione. Di fronte a lei, Ceylin cercava di mantenere lo sguardo fermo, ma dentro era un vortice di colpa, rabbia e incredulità. Filiz la osservò a lungo, poi parlò con una calma inquietante: “Tutti pensano che mio marito fosse un colpevole che ha pagato il prezzo delle sue azioni. Ma nessuno sa cosa gli avete fatto in aula. Tu lo hai distrutto pezzo per pezzo, e lui era troppo orgoglioso per sopravvivere a quella vergogna. Davvero pensi che la legge sia innocente, quando usa le parole come coltelli?” Ogni frase affondava come una lama. Per la prima volta, Ceylin si trovava dall’altra parte: non più la professionista che giudica, ma la figura messa sotto accusa da un dolore che non si può archiviare. Fu in quel momento che capì quanto fosse sottile il confine tra “aver ragione” e “avere responsabilità”.

Nel suo ufficio, Ilgaz guardava fuori dalla finestra, mentre la notte avvolgeva i palazzi del tribunale. La rivelazione su Ceylin era più di un colpo di scena professionale: era un terremoto emotivo. Conosceva la donna che amava, la sua integrità feroce, la sua capacità di trasformare ogni ferita in forza. Ma conosceva anche il sistema in cui entrambi lavoravano, fatto di processi che non finiscono davvero quando il giudice batte il martelletto. “Non puoi giudicarti con gli occhi di chi ha perso tutto,” le disse, quando finalmente rimasero soli. “Se cominciamo a considerare ogni esito tragico come una nostra colpa, smetteremo di fare il nostro lavoro.” Eppure, mentre parlava, una parte di lui sapeva che non era così semplice. Perché, dietro la morte di Ismail, forse c’era qualcuno che aveva deciso di riportare a galla quella vicenda non per amore della verità, ma per colpire Ceylin attraverso la cosa che le stava più a cuore: la sua stessa idea di giustizia.

In quel labirinto di dossier, ricordi e rancori mai sopiti, le indagini di Tugce diventavano il filo che teneva tutto insieme. Eren iniziò a collegare puntini che, fino a poche ore prima, sembravano dispersi nel nulla: la depressione di Ismail, alcuni movimenti bancari sospetti, il silenzio ostinato di chi, all’epoca del processo, avrebbe potuto parlare e non l’aveva fatto. Forse qualcuno aveva spinto quell’uomo oltre il limite, usando il processo solo come una copertura per qualcosa di molto più sporco. All’improvviso, Ceylin non era più solo il volto della controparte, ma la testimone chiave di un meccanismo di potere che non aveva mai davvero visto. E mentre le luci del tribunale si spegnevano una a una, tutti capirono che la vera domanda non era “Ceylin ha colpa nella morte di Ismail?”, ma “Chi ha interesse a farla sembrare colpevole proprio adesso?”. Se vuoi, nel prossimo articolo posso trasformare questa scintilla in un nuovo caso giudiziario, costruendo passo passo il complotto che si nasconde dietro il suicidio di Ismail.