Segreti di famiglia 3, la puntata del 15 febbraio in streaming
Lilia è tunisina ma vive in Francia, è un’ingegnere – «una professione da uomo» le hanno sempre detto in famiglia – in Tunisia ci torna
poco, e a riportarla a Sousse, nella bella casa di famiglia, è il funerale dello zio, il fratello di sua madre, che la giovane donna aveva sempre
sentito molto vicino. È per caso, ascoltando una conversazione fra sua madre (Hiam Abbas), la sorella di lei, Hayet, sua zia (Feriel Chamari) che Lilia scopre dei dettagli di una morte violenta – «era nudo» – coperta nel referto ufficiale che parla di una crisi cardiaca.

Ma l’intera esistenza di Daly, questo il nome dello zio, che vedremo soltanto nei suoi ricordi di ragazzina, è stata un grande rimosso, la sua omosessualità nascosta, cancellata, repressa era inaccettabile in quella famiglia borghese, con un figlio politico, e al centro la nonna patriarca, espressione di una mentalità patriarcale appunto e del sentire comune di un Paese dove l’omosessualità è un reato sancito dal codice, i gay vengono arrestati e sottoposti a «controllo anale» – spesso in forma di tortura – che se positivo li porta a una condanna. Leyla Bouzid per questo suo terzo film, di cui è anche autrice della sceneggiatura, torna dunque in Tunisia dove si si ambientava la sua opera prima, A peine j’ouvre les yeux (2022), nei giorni della rivoluzione tunisina, con l’idea di continuare la sua indagine su come lo spazio pubblico politico e sociale modella quello privato indirizzando convinzioni, sentimenti, sessualità.
E LO FA anche stavolta attraverso un personaggio femminile,quello della giovane Lilia (la rivelazione Eya Bouteraa), mettendo in luce in modo delicato, senza enfasi e con molta precisione i passaggi e le fratture spesso dolorose di una scelta di vita che asseconda (o cerca di farlo) il proprio desiderio in un contesto nel quale viene considerato non accettabile. À voix baisse, finora il migliore titolo del concorso berlinese – in Italia uscirà per Fandango – è un romanzo di formazione e il racconto di un femminile moltiplicato qui in una coralità di donne che nella casa sono la sola presenza e formano anche un ideale confronto tra generazioni e di una diversa visione del mondo, che passa soprattutto nel rapporto con sé stesse, con quel patriarcato assunto o tollerato per una questione culturale, per essere accettati, perché così vuole la realtà.
Maneggiando una materia sensibile Bouzid conferma il suo talento in una narrazione che non semplifica ma che invece mette al centro la complessità di ciascuna (e ciascuno) di noi nelle relazioni di genere, nei legami d’amore, coi genitori, la madre, il padre fra le paure, le incertezze, la fragilità. In quelle stanze (la casa del film è quella della nonna della regista) circondate dal giardino di una natura indocile, quasi all’opposto del controllo umano, si disegna una mappa di esistenze fatta di codici, di non detti, di rinunce dietro le porte chiuse, di un controllo che si espande dalla figura dell’anziana alle altre, compresa la madre della ragazza, che nonostante le sue scelte – lavoro, divorzio – continua a essere imprigionata a sua volta in ciò che la circonda.
LA FIGURA di quello zio, invecchiato fra quiz in tv di cui sapeva tutte le risposte e il matrimonio imposto dalla madre, che lo ha obbligato a porre fine all’amore con l’uomo della sua vita, conosciuto da tutti i ragazzi gay – «un padre ma anche un folle con la sua rabbia»dicono di lui – è in fondo la memoria oggi di un «Uomo di cenere» – come si intitolava il film di Nouri padre della regista: un racconto negli anni Ottanta di ragazzi «condannati» dal patriarcato, dalla sua violenza, senza avere le parole per dirlo se non appunto una rabbia, del rifiuto di un ruolo o di qualcosa che non riuscivano a vivere.
Le giovani generazione gay e trans che Lilia incontra nei bar «segreti» di Tunisi frequentati dallo zio hanno una diversa consapevolezza ma sono sempre nel pericolo. «Ci vogliono morti» dice uno di loro. La paura è della polizia che quando scopre l’omosessualità dell’uomo insabbia tutto, e di chi va in giro a massacrarli coperto da un sistema culturale, da una mentalità che asseconda.
ANCHE LILIA però è dentro questo stesso conflitto e nasconde un pezzo di sé in Tunisia, ha una compagna in Francia, Alice (Marionne Barberau), che l’ha seguita lì, è sempre stata con le donne ma non lo ha mai detto alla madre,altrove è una persona diversa ma in quella situazione cosa fare? Continuare a fingere o prendere la parola? Accettare l’ipocrisia famigliare o essere fino in fondo sé stessa? I piani si mescolano, la memoria dolorosa di quella figura infelice entra nel conflitto col quotidiano della ragazza, nel suo stare male, nella fatica che fa a esprimere i sentimenti, i gesti, in quella paura di ferire la madre prima di ogni altro, di affrontare la famiglia.
Madri, figlie. È un’altra delle piste del film (dedicato da Bouzid a sua madre) ma ciascuna entra dentro l’altra, tutto si mischia in un essere «politico» che è quello della vita. Può essere un gesto, sono i corpi che si abbracciano delle due donne, Alice e Lilia, il loro perdersi e ritrovarsi creando uno spazio che diventa di resistenza. Deve essere così difficile amarsi? À voix baisse, a voce bassa, diventa invece un grido. E un’affermazione pure se nel machismo generalizzato verso le donne in Tunisia l’omosessualità femminile non viene nemmeno presa in considerazione. In questo movimento di scoperta e di liberazione di sé, Bouzid accompagna i personaggi Lilia e le altre con commuovente dolcezza, è una conquista la scoperta di un essere faticosa, è una battaglia che nei sentimenti, nel quotidiano, nel vissuto, senza proclami prova a inventare un luogo possibile di felicità.