Segreti di famiglia 3, le trame dal 29 dicembre al 2 gennaio: Mercan chiama papà Ilgaz
Nel silenzio teso dello studio Tilmen, l’orologio a muro segnava le 18.07 quando tutto cambiò. Fino a un attimo prima, il brusio dei telefoni e il fruscio delle pratiche legali davano alla sera un’apparenza di normalità. Poi si udì un tonfo secco, un urlo strozzato, e il tempo sembrò fermarsi. Okan era in piedi al centro della sala riunioni, il volto stravolto, una pistola stretta tra le mani tremanti. Davanti a lui, quattordici persone immobili: Ceylin, Yekta, Lacin, Parla, Ozge e, rannicchiata accanto alla madre putativa, la piccola Mercan, con gli occhi spalancati dalla paura. Nessuno, in quello studio abituato alla freddezza dei codici e dei processi, era preparato a vivere un incubo in diretta. Eppure, quello non era un gesto di follia gratuita: Okan aveva un solo scopo, disperato e quasi impossibile. Salvare suo figlio.
Fuori, il cielo di Istanbul si faceva più scuro, mentre Ilgaz correva tra le auto delle forze speciali, il giubbotto antiproiettile allacciato in fretta, il respiro corto non solo per la corsa, ma per l’angoscia. Sapeva già che Ceylin era tra gli ostaggi. Lo sapeva, ma cercava di non pensarci. Nel suo auricolare, la voce di un collega lo aggiornava sulla situazione: Okan chiedeva un cuore compatibile per il figlio malato, subito, come se la giustizia e la medicina potessero piegarsi alla sua volontà di padre disperato. Tra tutti quei nomi nella lista degli ostaggi, però, ne spiccava uno che gli stringeva lo stomaco: Mercan, la bambina che aveva appena iniziato a chiamarlo “papà”. Una parola che gli aveva riempito il cuore, e che ora rischiava di diventare un addio.
Dentro lo studio, la tensione era quasi palpabile. Okan camminava avanti e indietro, puntando l’arma alternativamente verso il soffitto, poi verso il gruppo, poi di nuovo a terra, come se lottasse con se stesso. «Nessuno uscirà di qui finché non avrò quello che chiedo!», gridò, la voce spezzata dalla rabbia e dal dolore. Ceylin sentiva le ginocchia tremare, ma il suo istinto di avvocato e di madre prese il sopravvento. Cercò lo sguardo di Mercan, le sorrise appena, anche se il sorriso le tremava sulle labbra. Ogni secondo che passava le ricordava una ferita invisibile: la bambina chiamava con naturalezza Ilgaz “papà”, ma davanti a lei il termine “mamma” si bloccava in gola, come se una barriera emotiva separasse ancora i loro mondi. E ora, chiusa lì dentro con una pistola a pochi metri, Ceylin si domandava se avrebbe mai avuto il tempo di sentirla pronunciare quella parola.
Yekta, che in altre circostanze avrebbe dominato la scena con la sua arroganza, osservava ogni dettaglio con un’attenzione gelida. Il riflesso di una lente sul tetto del palazzo accanto, il bagliore blu dei lampeggianti che filtrava tra le veneziane, il lieve scricchiolio della porta quando una folata di vento faceva vibrare l’aria. Capì che fuori c’era un’unità speciale schierata, e che al comando non poteva che esserci Ilgaz. Con un gesto quasi impercettibile, si posizionò in modo da coprire Mercan, attirando su di sé l’attenzione di Okan con una delle sue frasi pungenti. «Se vuoi trattare con loro, non puoi farti prendere dal panico» disse lentamente, rischiando la vita a ogni sillaba. Nel frattempo, avvicinò la bambina alla parete laterale, dove una sottile rientranza offriva un minimo riparo. Con una mossa studiata, riuscì a far segno a due persone di spostarsi con lei, proteggendo almeno una parte del gruppo.
Fu in quel momento che Ilgaz prese il microfono e provò a stabilire un contatto. La sua voce, amplificata dagli altoparlanti, entrò nello studio come un raggio in mezzo all’oscurità. «Okan, sono Ilgaz. Non sono qui per schiacciarti. Sono qui per parlare da uomo a uomo. Da padre a padre.» Quelle parole fecero vacillare l’ostaggio e il carceriere insieme. Ceylin sentì un nodo in gola: riconosceva in quella frase tutto il peso del poco tempo che a Ilgaz rimaneva per trovare un donatore e salvare il figlio di Okan, ma anche la paura di perdere la donna che amava e la bambina che gli stava cambiando la vita. Per un istante, negli occhi di Okan passò un lampo di umanità. L’arma si abbassò di qualche centimetro. E proprio in quell’istante, con una prontezza che nessuno si aspettava, Yekta si mosse: attirò l’attenzione dell’uomo, facendogli voltare la testa verso la finestra, mentre con un rapido sussurro guidava Mercan e altri ostaggi verso la porta laterale, segnalando all’esterno la loro posizione.
La piccola uscì quasi spinta da un’ondata invisibile di coraggio altrui, le mani strette a quelle di una segretaria in lacrime. Quando fu portata fuori dalle forze speciali, il primo volto che vide fu quello di Ilgaz. «Papà!» gridò, lanciandosi verso di lui. Lui la strinse con una forza che mescolava sollievo, colpa, amore e terrore. Dietro di loro, le sirene urlavano, gli ordini rimbalzavano tra i reparti, e il destino di chi era ancora dentro lo studio rimaneva sospeso a un filo sottilissimo. Ma in quel breve abbraccio, Ceylin, che osservava la scena da dietro i vetri ancora da prigioniera, capì una cosa con assoluta certezza: non avrebbe più permesso che la paura, il senso di inadeguatezza o il passato le impedissero di essere chiamata “mamma”. Anche se il mondo intorno a loro stava crollando, quella bambina era la loro verità più grande. Se vuoi, nel prossimo passo posso continuare il dramma raccontando la resa di Okan, le conseguenze giudiziarie e come questa esperienza cambierà per sempre il legame tra Ilgaz, Ceylin e Mercan.