Segreti di famiglia 3, riassunto della settimana dall’1 al 5 dicembre
na. Mercan non era più solo un nome in un fascicolo: era una bambina persa nel nulla, un’ombra che reclamava giustizia. E ora quella traccia, piccola ma inequivocabile, inchiodava tutti a una domanda: chi aveva avuto Mercan abbastanza vicino da lasciare un capello sulla scena? Ilgaz posò una mano sulla spalla di Ceylin, un gesto breve ma carico di tensione. C’erano troppi silenzi, troppi sguardi sfuggenti intorno a quel caso. E uno di quei silenzi aveva il volto del procuratore Efe.
Da giorni, infatti, Ceylin non si fidava più delle parole di Nil. Quella frase, sussurrata nel corridoio del tribunale, le ronzava nella testa: «Ci sono cose che è meglio non far emergere». Lei l’aveva interpretata come un avvertimento, forse addirittura una minaccia. Nil aveva davvero voluto proteggerla o stava nascondendo qualcuno, forse proprio Efe? Il dubbio si era trasformato in ossessione. Ceylin rivide la scena nella caffetteria del tribunale, il cucchiaino che tintinnava contro la tazzina, lo sguardo inquieto di Nil che sfuggiva il suo.
«Stai coprendo il procuratore?» le aveva chiesto, senza giri di parole. Nil aveva scosso la testa, ma la risposta era arrivata troppo in fretta, troppo perfetta per essere spontanea. Quel fraintendimento – o forse quella verità mai detta – spinse Ceylin oltre il limite del consentito. Quando Ilgaz le propose di andare fino in fondo, di smascherare Efe se davvero stava giocando sporco, lei non esitò. La legge imponeva prudenza, ma il dolore di Mercan gridava vendetta.
Fu così che, una notte, Ceylin e Ilgaz si ritrovarono davanti alla porta di casa di Efe. Nessun mandato, solo la certezza che aspettare ancora avrebbe significato perdere l’ennesima prova. La pioggia batteva contro le finestre del palazzo, rigando i vetri come lacrime. Ilgaz guardò Ceylin un’ultima volta. «Se entriamo, non si torna indietro» mormorò. Lei inspirò a fondo. «Non siamo noi a oltrepassare il limite. È chi nasconde la verità.»
La serratura cedette con un clic secco. All’interno, il silenzio era sospetto, quasi costruito. Cassetti perfettamente in ordine, fascicoli allineati, nessuna traccia visibile di Mercan o del caso. Ma un dettaglio tradiva la calma apparente: un hard disk esterno, lasciato accanto al computer come un oggetto dimenticato di fretta. Ilgaz lo prese, consapevole che stava toccando la possibile rovina di un procuratore. Nel frattempo, dall’altra parte della città, Yekta scovava la sua arma: un video prezioso, un filmato che qualcuno aveva cercato di seppellire nel mare dei dati cancellati, ma che lui – maestro di strategie e compromessi – era riuscito a riportare in superficie. Nel fotogramma chiave, un’ombra, una mano, un accenno di volto: abbastanza per cambiare il corso delle indagini.
Mentre le prove tecniche si accumulavano, fu la memoria fragile e incerta di Macit a riaccendere una scintilla di speranza. Seduto su una panchina all’esterno della stazione di polizia, l’uomo fissava il vuoto, le dita che giocherellavano nervosamente con un mazzo di chiavi. All’improvviso, il suo sguardo si fece più lucido.
«Quel giorno…» sussurrò, attirando l’attenzione di Ilgaz. «Il giorno in cui Mercan è scomparsa, ho visto una cosa. Una maglietta da bambina, rosa, con un piccolo unicorno. L’ho vista tra le braccia di Nadide.»
Ilgaz sentì il sangue gelarsi. Quella non era una semplice coincidenza: pochi giorni prima, lui e Ceylin avevano già chiesto conto a Nadide di una maglietta simile trovata tra i suoi acquisti. Lei aveva liquidato la cosa con un sorriso imbarazzato, parlando di un regalo per una nipote lontana. Ma ora, con il ricordo di Macit, quel dettaglio assumeva un peso schiacciante. Perché mentire su un oggetto così innocuo? Cosa rappresentava davvero quella maglietta? Una reliquia di colpa, un tentativo di riparare a qualcosa di irreparabile, o un trofeo rubato alla piccola Mercan?
Da quel momento, seguire Nadide divenne l’unica opzione possibile. Convinti che nascondesse qualcosa – forse la chiave per ritrovare Mercan o almeno per scoprire cosa le fosse accaduto – Ilgaz e Ceylin la pedinarono con discrezione. Le strade della città si trasformarono in un labirinto di ipotesi: ogni passo di Nadide, ogni deviazione improvvisa, ogni sosta davanti a un negozio o a una casa sconosciuta era un indizio. Una sera, la donna si fermò davanti a un edificio fatiscente alla periferia. Guardò intorno con inquietudine, poi entrò. Ceylin sentì il cuore battere all’impazzata. «Se lì dentro troviamo anche solo un segno di Mercan, tutto cambierà» pensò, stringendo i denti. Ma sapeva anche che più si avvicinavano alla verità, più i segreti di famiglia che tutti cercavano di proteggere avrebbero iniziato a crollare, uno dopo l’altro, travolgendo innocenti e colpevoli.