Segreti di famiglia: La morte di Tulin sconvolge Ceylin mentre Yekta vive un dramma inaspettato
Nel corridoio illuminato al neon dell’ospedale, l’odore pungente di disinfettante sembrava tagliare il respiro. Ceylin stringeva il telefono tra le dita, le nocche bianche per la tensione. Una notifica dopo l’altra, messaggi brevi, frasi spezzate, emoticon fuori posto. Nessuno aveva il coraggio di scriverlo apertamente, tutti giravano intorno alla stessa, orrenda verità. Fu l’infermiera a darle il colpo di grazia, con una voce gentile che strideva con la violenza della notizia: Tulin era morta. Shock anafilattico, dissero. Un incidente. Una fatalità. Ma la parola “fatalità” si schiantò contro il muro di ricordi che avevano costruito insieme all’università, quando ridevano fino alle lacrime nelle aule semideserte, con Engin che le osservava da lontano fingendo di non essere coinvolto. Ora erano tutti fantasmi: Engin sotto terra, Tulin su un lettino d’obitorio, e Ceylin in mezzo, sospesa in un limbo in cui il presente si era incrinato all’improvviso.
Yekta ricevette la notizia in un modo completamente diverso. Non c’era nessuna infermiera, nessun corridoio d’ospedale. C’erano due uomini in giacca scura, senza volto, senza nome, e l’odore acre della paura che si mescolava a quello della polvere in un magazzino abbandonato. Le mani legate, la bocca secca, Osman e Cinar a pochi metri da lui, con lo sguardo che cercava una via d’uscita dove non c’era altro che cemento. L’uomo che li osservava, invece, aveva un nome che circolava da anni come una maledizione nei corridoi del tribunale: Kadir. La sua voce era bassa, quasi suadente, quando svelò il suo trofeo più recente: Can, catturato come un topo mentre cercava riparo dopo essere passato dal suo centro di gioco d’azzardo. In quell’istante, Yekta capì che non si trattava di un semplice regolamento di conti. Kadir non voleva solo dimostrare il suo potere; voleva distruggere, una vita alla volta, fino a quando qualcuno non avesse implorato di essere l’ultimo della lista.
Mentre il tempo sembrava sfaldarsi in quel magazzino, in un laboratorio della scientifica un’altra battaglia prendeva forma, silenziosa ma non meno mortale. Ilgaz osservava Goksu mentre maneggiava l’arma sequestrata a Ceylin, come se fosse un pezzo di vetro sottile pronto a esplodere tra le sue mani. Ogni impronta, ogni traccia di polvere, ogni minuscolo residuo raccontava una storia che nessuno era ancora pronto ad ascoltare. Quando il medico legale confermò la compatibilità del colpo con l’arma di Ceylin, un brivido attraversò la stanza. All’improvviso, la donna che lui aveva difeso contro tutto e tutti diventava il centro di un vortice di sospetti. Era colpevole, o qualcuno stava usando il suo dolore per seppellirla sotto una montagna di prove costruite ad arte? Le domande si moltiplicavano, e più Ilgaz cercava la logica, più la realtà sembrava sfuggirgli di mano, come sabbia bagnata.
Come se il destino si divertisse a giocare con vite già spezzate, un nuovo caso piombò sulla polizia come un fulmine improvviso. Un attore, giovane e amato dal pubblico, cadde a terra durante le riprese di una fiction, colpito da un’arma che tutti giuravano fosse caricata a salve. Le telecamere avevano registrato tutto: l’urlo soffocato, il sangue che macchiava il copione, lo sguardo attonito della troupe. Ma il nastro, rivisto fotogramma per fotogramma, non rivelava ciò che contava davvero: chi aveva trasformato una semplice scena in un omicidio perfetto. I sospetti si abbatterono sulla troupe come una pioggia di vetro: il regista in cerca di audience, la collega gelosa, il tecnico delle armi troppo sicuro di sé. Intanto, nelle pieghe di quei volti terrorizzati, Ilgaz intravedeva gli stessi contorni di un disegno più grande, la stessa mano invisibile che forse aveva spinto Tulin verso la morte e Kadir verso il rapimento di Yekta, Osman e Cinar.
In mezzo a quel caos di sirene, interrogatori e referti, Ceylin restava il fragile epicentro di una tempesta che sembrava non volerla risparmiare. Piangeva Tulin in silenzio, sfogliando vecchie foto in cui compariva anche Engin, sorridente, ignaro del destino che lo aspettava. Ogni volto perduto era un pezzo di sé che se ne andava, mentre il mondo continuava a chiederle risposte. Dovevi sapere, le dicevano con gli occhi. Dovevi accorgertene. Dovevi prevedere. Intanto, lassù, in una stanza spoglia, Yekta affrontava il proprio dramma inatteso: per la prima volta, l’uomo abituato a controllare tutto si ritrovava alla mercé di qualcuno che non temeva la legge, perché l’aveva già schiacciata sotto i piedi mille volte. Le loro vite correvano su binari paralleli, destinate a incrociarsi di nuovo, forse in un tribunale, forse su una scena del crimine, forse davanti al corpo di un’altra vittima innocente.
Se sei arrivato fin qui, probabilmente senti anche tu il peso di questi segreti che si intrecciano e si nascondono dietro ogni sguardo. Vuoi scoprire chi ha davvero ucciso Tulin, se Kadir verrà fermato prima che sia troppo tardi, e quanto ancora dovrà perdere Ceylin prima di trovare la verità? Dimmi quali personaggi ti incuriosiscono di più e posso trasformare i prossimi sviluppi in un nuovo capitolo ancora più drammatico, cucito su misura sulle tue teorie.