Un Posto al Sole, le anticipazioni del 10 dicembre: Alice non intende perdonare i nonni
Nell’attico dei Ferri, la sera calava lenta come una condanna. Le luci di Posillipo filtravano dalle vetrate, ma dentro casa l’aria era più gelida del vento sul mare. Alice fissava il corridoio che portava allo studio del nonno, le mani strette attorno al cellulare. Aveva appena chiuso la chiamata con Vinicio, e le sue ultime parole le martellavano nella testa: «Mi hanno usato, Alice. Hanno usato le mie debolezze pur di liberarsi di me». In un attimo, tutti i pezzi si erano incastrati. Le attenzioni improvvise di Marina, gli sguardi rigidi di Roberto, il modo in cui avevano fatto leva sulle insicurezze di quel ragazzo fragile ma sinceramente innamorato. Non era stata prudenza, non era stata protezione: era stata manipolazione. Cattiveria fredda, lucida. Proprio da quelle due persone che, fin da bambina, le avevano insegnato a non farsi mai calpestare da nessuno.
In cucina, Elena si moveva nervosamente tra il frigo e il lavandino, aprendo e chiudendo sportelli senza motivo. Aveva visto negli occhi della figlia qualcosa che non le piaceva: non era il solito broncio adolescenziale, non era neanche una semplice delusione amorosa. Era rancore puro. Quando Alice era rientrata, poche ore prima, non aveva salutato nessuno. Si era limitata a gettare la borsa sul divano e a dire, con una freddezza che non le apparteneva: «Lo so tutto. So quello che avete fatto a Vinicio». La frase era rimbombata nel salone come una bomba inesplosa. Roberto aveva alzato appena lo sguardo dal tablet, Marina aveva irrigidito le spalle. Nessuno aveva risposto. Era stato lì che Elena aveva capito: non si trattava di un malinteso. Qualcosa, sotto quella superficie lucidata a specchio di famiglia perfetta, era davvero marcio.
Nel salone, l’atmosfera era tesa come un’aula di tribunale. Roberto camminava avanti e indietro, stritolando fra le dita gli occhiali, mentre Marina stava immobile vicino al pianoforte, lo sguardo basso, le labbra serrate. Non era abituata a sentirsi sotto accusa, men che meno dalla nipote che aveva sempre viziato. «Abbiamo solo cercato di proteggerla» sussurrò a mezza voce, più a se stessa che agli altri. Ma le immagini di quelle conversazioni con Vinicio le scorrevano davanti agli occhi: le frasi taglienti, gli avvertimenti mascherati da consigli, quell’abilità raffinata nel toccare proprio i punti dove sapeva che il ragazzo sarebbe crollato. Non lo aveva spinto al baratro, ma lo aveva accompagnato fin sul bordo, con un’eleganza crudele. Quando Alice comparve sulla soglia, gli occhi lucidi di rabbia, il silenzio si fece assoluto. «Proteggermi?» disse, la voce incrinata. «È così che chiamate l’approfittarvi delle sue fragilità? L’avete ferito solo perché non era “all’altezza” del vostro cognome.»
Fu Elena a intervenire per prima, temendo che la situazione degenerasse. «Alice, per favore, ascolta…» provò a dire, facendo un passo verso di lei. Ma la ragazza indietreggiò di scatto, come se persino il tocco della madre le bruciasse sulla pelle. «No, mamma. Questa volta no. Non voglio scuse, non voglio spiegazioni eleganti, non voglio sentir parlare di “buone intenzioni”» esplose, fissando uno a uno i nonni. «Vi siete permessi di giocare con la testa di una persona solo perché non vi piaceva. Lo avete umiliato alle mie spalle, avete messo in discussione il mio giudizio, i miei sentimenti. E ora cosa vi aspettate da me? Che vi abbracci e vi dica grazie?» La voce di Roberto si alzò, dura: «Ti sei dimenticata quante volte siamo corsi a raccoglierti quando cadevi? Non permettere a un ragazzo instabile di metterti contro la tua famiglia.» Ma Alice non abbassò lo sguardo. «Il problema è che, stavolta, quelli instabili siete voi. Instabili nel vostro bisogno di controllo, nel vostro terrore di non avere l’ultima parola su tutto.»
Mentre in casa Ferri esplodeva la tempesta, altrove un’altra crepa stava aprendosi. Nel piccolo appartamento Poggi, Niko e Manuela erano chini sul portatile di Jimmy. Avevano notato da giorni il cambiamento del bambino: più silenzioso, nervoso, sempre con lo sguardo fisso sullo schermo. Bastava una notifica e scattava come se avesse toccato un filo scoperto. «Non ti sembra strano?» mormorò Manuela, il cuore in gola. Quando, con fatica, erano riusciti a convincerlo a mostrare cosa stesse succedendo online, la verità era apparsa in tutta la sua crudeltà. Commenti pieni di scherno, foto modificate per ridicolizzarlo, frasi pesanti firmate da profili falsi. E tra quei nomi, una traccia che conduceva dritta a un volto già noto nel quartiere: Matteo, il ragazzo che da giorni si divertiva a bullizzare Jimmy sui social. «Non ci posso credere…» sussurrò Niko, leggendo uno dei messaggi. «Questo non è uno scherzo da ragazzini, è violenza vera.» In quell’istante, due famiglie diverse si trovavano davanti allo stesso specchio: da una parte gli adulti incapaci di capire il limite tra protezione e sopraffazione, dall’altra i ragazzi costretti a difendersi da un mondo che li giudicava senza pietà.
A casa Ferri, intanto, l’urlo di Alice aveva già fatto storia: «Io non vi perdono». Lo disse piano, quasi in un soffio, ma nessuno in quella stanza ebbe il coraggio di fingere di non aver sentito. «Non voglio più saperne di voi, dei vostri giochetti, del vostro modo di decidere sempre chi è degno e chi no. Marina, Roberto… per me non siete più i nonni che conoscevo.» Girò la testa verso Elena, gli occhi velati di lacrime. «E tu, mamma, non chiedermi di capire. Sono stanca di capire tutti, tranne me stessa.» Poi si diresse verso la porta, senza valigia, senza un piano, solo con la furia di chi sa che, se resta un minuto in più, finirà per cedere. Alle sue spalle, Marina tese una mano nel vuoto, incapace di pronunciare una sola parola. Roberto restò immobile, ma nelle sue pupille si incrinò per la prima volta una certezza: forse, questa volta, aveva davvero perso. Non solo Vinicio. Non solo la battaglia per il controllo. Aveva perso lo sguardo limpido di sua nipote, quel posto al sole che aveva sempre dato per scontato.