Un Posto al Sole, le anticipazioni del 25 dicembre: è un Natale nostalgico per Raffaele
La neve cadeva lenta su Posillipo, imbiancando a fatica i tetti rossi di Palazzo Palladini. Dal cortile saliva l’odore del ragù di qualcuno, misto al fumo delle sigarette dei ragazzi appoggiati al muretto. Raffaele guardava tutto dal suo posto di sempre, nella guardiola, ma quella sera di vigilia gli sembrava di osservare un quadro appeso al muro, non più la sua vita. Il cartellino con scritto “Portiere” brillava alla luce gialla del neon, e sotto, poggiata alla scrivania, la busta dell’INPS con la data della pensione. Aveva lottato per quella firma, aveva discusso con chiunque provasse a convincerlo a restare. “Mi merito il riposo”, ripeteva, con l’orgoglio ostinato di chi non vuole ammettere la paura. Eppure ora che il Natale bussava alla porta e la fine del suo servizio era a un passo, la parola “pensione” gli bruciava in gola come un’amara bestemmia.
Entravano e uscivano tutti, carichi di pacchi colorati e panettoni infiocchettati. Lo salutavano con un affetto normale, quotidiano, come se niente stesse cambiando. Solo qualcuno si fermava un secondo di più, come Marina, che gli posò una mano sul braccio: «Non farai mica il duro anche stasera, Raffaele. Senza di te qui sembrerà un albergo anonimo…». Lui rise, scrollando le spalle, ma quando la porta si richiuse si ritrovò solo, immerso nel ronzio leggero del frigorifero dei surgelati e nel ticchettio dell’orologio. Fu allora che la nostalgia lo colpì in pieno petto: i Natali passati sfilarono davanti ai suoi occhi, come una vecchia puntata mandata in replica. Vedeva sé stesso più giovane, la divisa stirata, le mani piene di chiavi; sentiva le risate dei bambini cresciuti tra quelle scale, le prime litigate di coppie che ora non vivevano più lì, i pianti nascosti sulle panchine del cortile. Ogni storia era passata dalle sue mani, ogni segreto aveva trovato rifugio dietro il suo sguardo discreto.
All’improvviso la porta si spalancò con una folata di vento e di voci. Damiano entrò di corsa, i capelli bagnati di pioggia e neve, il respiro corto come chi ha fatto le scale di fretta. Dietro di lui, Rosa barcollava tra una sporta di regali e un vassoio di struffoli mal coperto dalla pellicola. «Raffaè, spostati che qua facciamo disastri», scherzò, appoggiando il vassoio sul bancone, mentre Damiano, con un mezzo sorriso, tirava fuori da una busta rossa una piccola stella di Natale di plastica. «È per la guardiola. Non si va in pensione senza un’ultima decorazione, no?», disse. Raffaele restò a fissarli, spiazzato. Non si aspettava niente da loro, men che meno quella complicità leggera che sembrava volerlo proteggere dal vuoto. Si accorse, con un brivido, di quanto fosse cambiato il palazzo: ora c’erano volti nuovi da difendere, nuove ferite da curare. E lui, che aveva sempre fatto da scudo, stava per togliersi la corazza proprio nel momento in cui serviva di più.
Il campanello trillò di nuovo, una, due, tre volte in rapida successione. Stavolta furono Sasà e Castrese ad apparire sulla soglia, stretti in un cappotto troppo leggero per quel freddo e con una teglia di lasagne fumanti tra le mani. «Buon Natale anticipato, Raffaele! Abbiamo pensato che a casa Del Bue ci stava bene un po’ di confusione in più stasera», annunciò Sasà, con l’entusiasmo nervoso di chi teme un rifiuto. Castrese, più timido, abbassò lo sguardo, ma non prima di aver cercato negli occhi di Raffaele una qualche forma di approvazione. Il portiere li guardò uno a uno: Damiano e Rosa, così improbabili eppure così uniti; Sasà e Castrese, arrivati a rivendicare il diritto a un posto in quel microcosmo; e lui stesso, con la sua nostalgia addosso come un cappotto troppo stretto. All’improvviso capì: non era solo la fine di un lavoro, era la fine di un ruolo che gli aveva dato un’identità, una famiglia allargata, un senso.
Fu in quel momento che prese una decisione che nessuno si aspettava. Con un gesto lento, quasi solenne, staccò dalla parete il cartello “Portiere” e lo posò sul bancone. «Sapete che vi dico? Stasera la guardiola si chiude», annunciò, accendendo la radio natalizia a tutto volume. Gli altri lo fissarono, increduli. «Ma tu…», balbettò Rosa. «Io non smetto di essere qui solo perché cambia una carta», la interruppe lui, con un sorriso che gli illuminava gli occhi lucidi. «Porterò le chiavi in tasca invece che al collo. Sarò in pensione, sì. Ma se qualcuno ha bisogno, sa dove bussare». Poi, indicando la teglia, aggiunse: «E adesso, o entrate tutti a casa mia o giuro che chiamo i vigili per occupazione abusiva della portineria». Le risate esplosero spontanee, sciogliendo per un attimo la tensione. Mentre salivano le scale, carichi di cibo e promesse, Raffaele si voltò ancora una volta a guardare la guardiola vuota. Gli parve più piccola, ma non meno sua.
Fuori, il cielo di Napoli si accendeva di luci intermittenti e di fuochi improvvisati. Dentro Palazzo Palladini, però, il vero spettacolo era un altro: era quel portiere che, alla soglia della pensione, sceglieva di restare custode di un mondo che non poteva abbandonare davvero. Un Natale nostalgico, sì, ma non rassegnato. Nelle chiacchiere sovrapposte, nei brindisi improvvisati, nell’abbraccio inaspettato di Castrese che gli sussurrava «Grazie per averci fatto sentire a casa», Raffaele capì che il tempo non cancella i legami, li trasforma. E mentre la mezzanotte si avvicinava, con il rintocco lontano delle campane, si concesse un pensiero folle: forse la pensione non era una fine, ma solo l’inizio di un altro modo di appartenere a quel posto sotto il sole che, dopotutto, portava inciso nel nome la promessa di non spegnersi mai. Se ti va, posso trasformare questa storia in una scena dialogata da copione, con battute e indicazioni di regia, per renderla ancora più viva.