Upas, spoiler al 21 novembre: Damiano invita Rosa a cena

Un Posto al Sole, 21 novembre: la cena che può rifare una famiglia e il segreto che divide un palazzo

La notte prima della cena, Napoli aveva l’odore del sale e dei passi trattenuti. Damiano guardava l’orologio come si guarda un giudice: senza chiederne clemenza. Sul tavolo, due bicchieri, un piatto di pasta al pomodoro come sanno farla solo i ricordi, e quella bottiglia che aveva comprato il giorno in cui aveva deciso che con Rosa avrebbe smesso di parlare a metà. Aveva scagionato Eduardo, o almeno ci aveva provato, ma il merito-per una combinazione di tempi, uniformi e convenienza-era finito sulle spalle di Grillo. Non importava: in tasca teneva una verità che non faceva rumore, e nel petto una domanda che non ammetteva sirene. Rosa arrivò con il vento nei capelli e la diffidenza negli occhi: “Tu mi inviti a cena quando il mondo cade dai balconi?” Lui sorrise appena. “Proprio per questo.” Il primo boccone fu un compromesso, il secondo un ricordo, il terzo un patto provvisorio. Tra loro aleggiava il nome di Viola come un profumo lasciato in una stanza vuota, e l’ombra di Clara, che poche ore prima lo aveva fermato al portone: “Non illuderla, Renda. L’amore non è un’indagine.” Lui aveva annuito senza promettere, perché certe promesse pesano come ferri bagnati.

Nel frattempo, a Palazzo Palladini, il presente sfiorava il futuro con dita nervose. Otello, con la sua ironia da soldato in pensione, aveva fatto a Raffaele la proposta che nessuno osa pronunciare: “E se fosse il momento di posare le chiavi?” La portineria odorava di caffè e di storie finite bene per un pelo; le chiavi, appese a fila, sembravano un coro di metallo. Renato l’aveva presa malissimo, come fanno i cognati quando capiscono che l’assetto morale della casa potrebbe cambiare stanza: un rancore sotterraneo, poche parole e troppa memoria. Raffaele, tra una telefonata e un sorriso, ascoltava il suono che fa la vita quando chiede spazio: non era stanchezza, era un futuro che bussava dal lato degli affetti. Eppure, ogni volta che posava la mano sul registro, rivedeva gli anni in cui un saluto aveva impedito una lite, un caffè aveva sciolto un lutto, una chiave consegnata alla persona giusta aveva salvato un matrimonio. Smettere non era un verbo: era un’ipotesi che graffiava.

Damiano ed Eduardo, stretti da un destino che non chiede permesso, avevano appena scambiato il debito di una vita. Eduardo gli aveva salvato la pelle con un atto di coraggio che profumava di resa dei conti interiore, e ora la città sussurrava la versione comoda: “Bravi tutti, applausi a Grillo.” Nel quartiere, la giustizia viaggia spesso su gambe disuguali. Damiano ingoiava il torto con l’ostinazione di chi ha scelto da che parte stare, e in quell’ostinazione c’era l’invito a cena: una frontiera privata, un “noi” da testare come si testa il filo di un rasoio. Rosa lo guardava come si guardano i ponti dopo un’alluvione: “Ci si può passare, ma chi garantisce che reggano?” Lui le raccontò dei turni, dei silenzi, di quel figlio che meritava un tavolo intero e non briciole d’affetto. Lei abbassò lo sguardo sulle mani: le sue tremavano appena, quelle di lui no. “Sono sincero,” disse. “Lo so,” rispose lei, “e proprio per questo ho paura.” Fu il momento in cui il tempo decise di rallentare.

Mentre Micaela lasciava scivolare le giornate come sabbia tra le dita, Serena ingegnava una salvezza creativa che sapeva di sorellanza. La diretta era alle porte, e l’apatia di Micaela faceva più rumore di un urlo. Intanto, lontano ma vicino come sanno essere solo i problemi veri, Vinicio combatteva con la droga e cadeva di nuovo, e Espedito cercava di tenere in piedi un’azienda agricola con parole più corte dei debiti. Marina, consapevole che le famiglie sono archi da tendere e non cornici da spolverare, andava da Mariella: “Parla con i tuoi. I Gagliotti si fermano solo se li guardi negli occhi.” E in quel mosaico, Guido e Mariella si riscoprivano spalla contro spalla, il ritorno di lui sembrava una luce accesa in una stanza lasciata in sospeso, mentre Cotugno difendeva il suo equilibrio domestico come si difende una piccola repubblica privata. Il palazzo respirava insieme, scomposto e solidale, pronto a fare da coro dietro a un assolo che ancora non sapeva di essere tale.

La sera della cena finì con una promessa che non sapeva il proprio nome. Quando Rosa si alzò, il piatto era vuoto e il cuore pieno di correnti contrarie. “Se tornerà Viola?” chiese, senza maschere. “Allora smetterò di rimandare la scelta,” rispose Damiano, e per la prima volta non sembrò una minaccia ma un gesto di cura. Lei gli sfiorò la spalla come si sfiora una fotografia che non si vuole rovinare. “Damiano, io non ho più tempo da perdere, ma ho ancora spazio per crederti.” Sulla soglia, Napoli aveva smesso di fare rumore. A Palazzo Palladini, Raffaele spense la luce della portineria un minuto più tardi del solito, come si fa quando si saluta un amico che ancora non sa di essere salutato. Forse domani la verità su Eduardo troverà voce, forse il merito cambierà tasca, forse no. Ma intanto una famiglia poteva ancora ricomporsi a tavola, un portiere poteva ancora decidere di restare uomo oltre il mestiere, e una città intera poteva, per una notte, credere che le promesse mantenute sappiano di pasta al pomodoro e mare calmo. Se anche voi avete scelto da che parte stare, restate connessi: la prossima puntata non chiederà permesso, entrerà e farà rumore. E voi farete bene a farvi trovare con la luce accesa.