Whoopi Goldberg in Italia ha trovato davvero Un posto al sole
L’arrivo di Whoopi Goldberg a Un posto al sole non è soltanto un evento televisivo, ma un piccolo terremoto culturale che ha scosso pubblico, critica e persino l’autostima nazionale. Venerdì scorso, all’ora di cena, Rai3 ha regalato agli spettatori una scena che fino a poco tempo fa sarebbe sembrata surreale: un premio Oscar che attraversa il portone di Palazzo Palladini, tra lo sguardo adorante di Raffaele Giordano e il sospetto tutto napoletano di Renato Poggi. Una comparsa che è insieme colpo di teatro, celebrazione per il trentennale della soap e dichiarazione d’intenti. Perché sì, vedere una star globale muoversi tra i corridoi di Upas fa effetto, quasi come se Hollywood avesse deciso di bussare alla porta del nostro salotto.
La versione ufficiale della storia è quella che scalda il cuore: Whoopi ama Napoli, ama l’Italia, ama il calore umano che qui trova ancora intatto. Racconta di aver ritrovato sul set il piacere della recitazione, di sentirsi accolta come in famiglia, di essersi innamorata del Golfo come una turista al primo spritz al tramonto. Tutto vero, probabilmente. Ma dietro questa narrazione zuccherosa, fatta di applausi e sorrisi, si nasconde un’altra verità, molto più concreta e molto meno romantica. Una verità che la stessa Goldberg non ha mai nascosto: anche le star devono lavorare per pagare le bollette. Ed è qui che il racconto cambia tono, diventando quasi crudele nella sua sincerità.
Negli Stati Uniti, Whoopi Goldberg ha dichiarato apertamente di non essere una milionaria che può permettersi di smettere di lavorare. Nonostante un patrimonio stimato tra i 30 e i 60 milioni di dollari, ha ricordato più volte che lo stile di vita, le tasse, le scelte personali e professionali rendono necessario continuare a guadagnare. «Lavoro per vivere», ha detto senza filtri, attirandosi addosso l’ira dei social. Ma la verità è che Hollywood non è più la sua casa. L’industria che l’ha consacrata sembra averla messa da parte, preferendo volti più giovani, più glamour, meno ingombranti. A questo si aggiungono polemiche e dichiarazioni controverse che hanno contribuito a renderla una figura scomoda. Così l’Europa, e in particolare l’Italia, si è trasformata in un rifugio accogliente, un luogo dove il suo talento viene ancora rispettato e valorizzato.
Ed è qui che Un posto al sole entra in scena come soluzione perfetta. Venti episodi, un personaggio cucito su misura, una storyline pensata per integrarsi nel tessuto della soap senza strappi. Per Whoopi è un lavoro dignitoso, ben pagato e soprattutto visibile. Per la Rai è un colpo mediatico enorme. Ma la domanda resta: ne avevamo davvero bisogno? Upas è una macchina che funziona da quasi trent’anni, un racconto corale che ha sempre saputo parlare agli italiani senza bisogno di certificazioni esterne. Eppure, l’arrivo di una star americana viene celebrato come una consacrazione, come se improvvisamente il valore della serie fosse aumentato solo perché qualcuno da Hollywood ha deciso di passarci.
Il rischio è quello di scivolare nel solito complesso d’inferiorità, nel bisogno tutto italiano di sentirsi dire “bravi” da qualcuno che arriva da lontano. Whoopi Goldberg è un’aggiunta interessante, affascinante, persino emozionante. Ma Un posto al sole non aveva bisogno di lei per essere ciò che è sempre stato: uno specchio della società, un racconto quotidiano fatto di conflitti reali, di quartieri, di famiglie e di sogni imperfetti. Benvenuta, dunque, a Palazzo Palladini. Ma ricordiamoci che, prima ancora di Hollywood, qui c’era già un posto al sole che brillava di luce propria.