Yargı 25: il giorno in cui Engin accusa suo padre, Ilgaz rischia tutto e la verità si sporca di bugie
Il tribunale è una fossa d’eco dove le parole rimbombano fino a cambiare forma: Pars chiede la custodia cautelare di Engin per l’omicidio di İnci Erguvan, l’avvocato ribatte con il casellario pulito e la residenza stabile, il giudice propende per la libertà con obbligo di firma e divieto di espatrio; poi, il colpo di scena che trancia il respiro alla sala: “Non l’ho uccisa io. L’ha uccisa mio padre.” Engin, avvocato brillante e figlio senza remore, scarica il crimine su Yekta come se l’etica fosse un mantello da cambiare a piacere, e invita perfino la madre a confermare. Ceylin freme, Ilgaz resta pietra ma vede il gioco: non è una semplice difesa, è una strategia a tre lame – spostare il sospetto, guadagnare tempo, preparare la fuga. Fuori dal palazzo, i telefoni bollono, dentro la Procura le certezze si sfarinano: chi cerca giustizia deve prima strappare il velo delle messinscene, e questa volta la messinscena ha il volto di un figlio che conosce ogni debolezza del padre.
La tregua dura meno di un respiro, perché il dramma si allarga come una macchia d’inchiostro: Engin sussurra alla madre un piano di espatrio “appena firmiamo le deposizioni”, Yekta ringhia e nega, Pars capisce che da solo non basta e stende un ramoscello d’ulivo agli avversari storici. “Un’alleanza, 24 ore, poi lo inchiodiamo.” Ceylin scatta, Eren fa scudo, Ilgaz esita un solo secondo – quello in cui la coscienza pesa più della carriera – e accetta: meglio un patto scomodo che un assassino evaporato. Nello stesso tempo, un dettaglio mordace accende l’indagine: il bagagliaio dell’auto scomparso, le telecamere cittadine, il traffico di prove seminato come briciole. Engin recita il copione con arroganza: parla di jammer per cancellare tracciati, di un’auto regalata a İnci a nome Yekta Tilmen, di un amico rottamaio pronto a “confermare”; ma ogni parola, se brilla, è perché nasconde fango sotto. Il paradosso è perfetto: più il figlio dipinge il padre come burattinaio, più rivela di essere lui l’unico che sa dove tirare i fili.
Quando l’aria si fa irrespirabile, arriva la scintilla che incendia la notte: nel corso della deposizione Engin provoca, insulta, sfiora la minaccia; un attimo dopo, caos. Urla nel corridoio, “il savcı lo stanno aggredendo”, poliziotti che irrompono, manette che scattano. Ilgaz non cade nella trappola, ma la trappola si richiude lo stesso su Engin: “attacco al pubblico ministero”, fermo immediato, 24 ore di ossigeno investigativo guadagnate. Pars sorride appena – la mossa che aveva promesso è realtà – e distribuisce compiti: lui a demolire l’alibi dell’ospedale, Ceylin e Ilgaz a cercare il nesso tra l’arma, i movimenti dell’auto e il container dove İnci è stata abbandonata. E mentre la squadra corre, Yekta finge distanza dal figlio ma trema: qualcuno ha svuotato un bagagliaio, da qualche parte esistono documenti, giacche, tracce; se riemergono, potranno decidere se il “padre-mostro” è un’invenzione o un riflesso che Engin ha imparato troppo bene a usare contro tutti.
La mappa emotiva, intanto, si popola di ferite aperte che fanno rumore quanto le prove: Gül stringe i denti per una famiglia che cade a pezzi; Zümrüt confessa lividi e un matrimonio-gabbia, mentre una minaccia sussurra “sparirò e nessuno mi troverà”; Makbule vive il limbo di una casa invasa da poliziotti e silenzi; Osman viene trascinato in un turbine di gelosia e ricatti morali; e Ceylin, nel punto in cui la legge incontra l’amore, si scopre vulnerabile al sospetto altrui – “ha lasciato la toga per difendere la moglie assassina” – ma più feroce nella rotta: la verità non la spaventa, la menzogna sì. È qui che Yargı 25 trova il suo cuore nero: non nell’indizio singolo, bensì nell’uso spietato delle relazioni come armi. Un figlio che tradisce il padre per salvarsi, un padre che potrebbe aver sporcato il proprio nome per ripulire quello del figlio, una squadra che accetta un’alleanza con il nemico per evitare che la giustizia diventi un hashtag.
L’alba promette una resa dei conti senza catarsi: le 24 ore corrono, l’HTS e le MObESE diranno se l’auto di Engin ha davvero trasportato il corpo, il presunto passaggio col rosso potrà trasformarsi in fotografia giudiziaria, il rottamaio Neşet sarà chiamato a scegliere tra verità e complicità, e la madre – testimone chiave del “confessò a noi due” – dovrà reggere il peso di una parola che può incatenare un uomo o liberarne un altro. Ilgaz, con la sua etica che non ammette scorciatoie, mette in fila i passi: o troviamo il collegamento diretto tra Engin e la scena del crimine, oppure dimostriamo che l’unico a sapere tutto – tempi, vetture, container, sangue in auto – è proprio chi ora accusa. Ceylin lo affianca con l’istinto di chi non teme il giudizio: “Non molliamo, non questa volta.” E tu, se vuoi seguire ogni mossa del guanto di ferro tra padre e figlio, scoprire se l’accusa a Yekta è l’ultimo depistaggio o la crepa che farà crollare il palazzo, resta con noi: iscriviti, attiva le notifiche e raccontaci nei commenti quale verità credi resisterà quando le telecamere troveranno il semaforo rosso e la memoria smetterà di essere un alibi.