Yargı 285: il coltello che ritorna, il sangue nel garage e l’ultimatum dell’isola dei cani

Il dramma scatta quando un coltello riemerge dal passato come una maledizione tenuta nel cassetto: è la stessa lama che avrebbe insanguinato vent’anni fa la casa del fratello di Yeliz e di sua moglie, custodita da Oktay come polizza di salvezza nel giorno del giudizio. Il pacco arriva nelle mani del procuratore Ilgaz, poi il buio: l’ascensore che scende, il garage, la sua auto ispezionata da Goksu, gocce di sangue fresche, nessuna traccia del cofanetto. Una berlina bianca con targa falsa entra ed esce a ridosso delle 18, la scientifica non trova il box, e la conclusione taglia come la lama: quel sangue appartiene a Ilgaz. La scena del crimine si sposta di colpo dal “chi” al “come”: chi ha lasciato il coltello in casa di Yeliz voleva incendiare i rapporti, non solo coprire un delitto. Yeliz viene portata in centrale, balbetta mezze verità, mentre gli inquirenti fissano lo schermo: “Ricominciamo dall’ultima mezz’ora, una per una, tutte le targhe.” Il tempo non è alleato: è il carnefice invisibile che stringe la corda.

Intanto, dall’altra parte della città, un sicario parla della morte con la calma di un cerimoniere. È muto il suo compare, ma la sua voce è un sermone profano: “La morte è sacra quanto la nascita. Ognuno dovrebbe scegliere come morire.” Non chiede soldi: chiede scelte. Elenca opzioni come in un menù dell’orrore – gelo, fame, sete – e racconta la propria catechesi macabra: il padre macellaio che lo porta di villaggio in villaggio, il calore del sangue sulla mano la prima volta, l’apprendistato nell’arte di non far soffrire. Poi il passaggio di grado: accademia, divisa, un ordine paterno di uccidere lo zio per terre contese, l’arresto, il primo lavoro “da dentro” per liberare un compagno di cella da un bullo. Da lì, la professione. “Anch’io cerco giustizia,” dice a Ilgaz, “io sono solo un tramite.” Ilgaz ribatte: “Giustizia è un dovere, non un alibi.” Eppure l’assassino insiste, quasi affezionato alla sua preda: non lo vuole spezzato, lo vuole convinto.

Nel frattempo, Ceylin brucia. La voce le trema mentre urla che Yeliz “paga per tutto”, poi si morde il pugno per non crollare davanti ai colleghi. Il telefono squilla: la madre la chiama perché la piccola vuole la favola della buonanotte raccontata dal papà; ma il papà non risponde, è in una stanza senza finestre, e ogni minuto pesa come una colpa. Goksu consegna il referto: sangue di Ilgaz nel garage. La squadra incrocia telecamere, varchi, targhe clonate. Una pista li porta ai margini di Zekeriya Köy, a una fattoria dove, sotto un lenzuolo, compare un corpo. “Aprite.” Non è Ilgaz. È un avvertimento. E quando sembrano a un passo dal nulla, la leva che smuove tutto è il baratto sporco: una copia perfetta del coltello, replicata clandestinamente prima dell’analisi, in cambio dell’indirizzo. Non è legale, ma il codice in guerra si piega: Ceylin accetta il patto, resta indietro a mordere il bicchiere d’acqua, mentre gli altri partono a sirene spente.

La cattura sfuma per un soffio. “Era qui, se n’è andato.” Nel nascondiglio, il sicario prepara l’ultimo rito: “Voglio un ricordo da te.” Ilgaz sbarra i denti: “Prendi altro, lasciala.” La risposta è un racconto che diventa sentenza. Inizia con i cani di Istanbul: all’inizio del Novecento, ottantamila animali deportati su un’isola a morire di fame e sete; i pescatori ancora oggi giurano di sentirli abbaiare. “La fame si sopporta per una settimana,” sussurra, “la sete no. Il sole sale, e la tua scelta è pronta.” Lo condanna alla sete, alla luce, all’evaporazione lenta della volontà: non un colpo, ma una geometria della sofferenza. Ma la caccia non è finita. Le targhe false disegnano un circuito che si stringe, le pattuglie serrano la morsa, e in una stradina spenta qualcuno raccoglie un uomo pestato ma vivo che tossisce sangue e sorride di traverso: “Avevo due telefoni.” È Yekta, sanguinante ma trionfante, che ha fatto confessare Polat su quasi tutto, tranne l’omicidio del padre: “Spingere di più lo avrebbe insospettito.”

Il giro si chiude dove era iniziato: attorno a Yeliz, che finge di non sapere perché un coltello da cucina sia sopravvissuto vent’anni senza ossidarsi nel cassetto sbagliato. “Se hai toccato un procuratore della Repubblica, paghi carissimo,” ringhia l’investigatore. Lei ride male, poi tace. In parallelo, un’altra casa esplode a bassa voce: Zümrüt tradisce al telefono, Osman ascolta e urla, un estraneo viene accusato di spiarla mentre si cambia; ognuno cerca un colpevole per non guardare lo specchio. La città intera è un laboratorio di menzogne: badge usati per cambiare etichette, filmati mancanti, copie perfette di prove imperfette. Ma la verità, anche quando sanguina, ha una caparbietà che non si lascia educare. Ilgaz è vivo. La lama esiste. La berlina bianca ha una rotta. E l’isola dei cani, quella della fame che divora i deboli, non è nel mare: è qui, tra corridoi e garage, dove la sete di potere e di vendetta sceglie sempre la vittima più sola. Rimani con noi: scrivi la tua teoria, condividi gli indizi, e prepara il fiato. Il prossimo respiro potrebbe essere quello che spezza l’assedio.