Yargı 36: una bambina salvata all’ultimo, un veleno in casa, e il gioco a orologeria di Engin che stringe la gola a tutti

La corsa contro la morte: Elif sedata, la porta sbarrata, e un siero che odora di detersivo. L’episodio si apre con un brivido gelido: Ilgaz e Ceylin collegano i puntini di una “morte in culla” archiviata anni fa e bussano alla porta di Meltem, ostinata a non aprire. Dentro, la piccola Elif dorme un sonno che non è sonno: occhi pesanti, respiro corto, una madre che sussurra “le farà bene” mentre stringe una flebo. “O aprite, o entriamo con la forza.” La serratura cede, la verità esplode: il siero contiene un mix di sostanze caustiche, tra cui un anticalcare e detergenti domestici. Fuori l’ambulanza è in ritardo; dentro, Ilgaz prende in braccio la bambina, Ceylin tiene il passo, Eren chiama l’aria come se potesse anticipare i minuti. In ospedale, il responso: Elif è salva per un soffio e resterà in osservazione. Il fascicolo si rovescia: quel “SIDS” del figlio perduto prima di Elif non era destino, era negligenza letale mascherata da fatalità. Meltem viene fermata, e il suo “è solo per farla dormire” diventa il marchio di un orrore domestico.

Il tempo come arma: Engin ride nell’ombra, annuncia le 18.00 e trasforma la legge in sabbie mobili. In commissariato si sente tic tac. Engin, il prigioniero che comanda da una cella, sorride: “Fate quello che volete, alle sei accadrà.” La sua sicurezza contagia il terrore: documenti che devono arrivare, server da perquisire, un complice in carcere confessa di avergli passato il telefono. Pars e Ilgaz serrano i ranghi, ma lui punge da lontano, sussurrando a Seda che tutto è una messa in scena destinata a fallire. Intanto, una crisi parallela scuote il distretto: Zafer Erguvan è sparito; la sua auto è stata “ripulita” come da impresa specializzata, l’oro di casa è stato cambiato in un banco dei pegni, e la moglie aspetta in corridoio da ore. Ogni caso è un filo collegato a un meccanismo: se alle 18.00 salta il perno, la rete cede. Yargı stringe la morsa: giustizia e affetti si accavallano, e l’orologio diventa il vero antagonista.

Case come arene: Parla crolla in un bagno chiuso, Tuğçe urla contro il poliziotto “colpevole”, e la colpa gira come una bottiglia rotta. Fuori dall’ospedale una ragazza osserva i titoli di gloria come specchi taglienti: Parla sparisce, la trovano a terra, flaconi vuoti, un “ho voluto morire molto” sussurrato in ritardo. Il doping le brucia in tasca come una cartolina dell’inferno: la medaglia ora pesa più di una catena, e la famiglia deve scegliere tra coprire e confessare. Altrove, Tuğçe vede sua madre sanguinare per mano del padre geloso e affronta Eren con una ferocia che solo gli adolescenti possiedono: “Se mia madre muore, sarà colpa tua.” In una sola giornata, Yargı mette a nudo la geometria dei danni collaterali: i casi non sono mai “solo casi”, entrano in cucina, rovesciano tavoli, spaccano specchi. Anche Serdar, cane sciolto di quartiere, fiuta tempesta: prova a vendere passaporti, pretende confidenze da Çınar, e invoca nomi per salvarsi. Ogni favore ha un prezzo, ogni segreto una tassa da pagare in contanti emotivi.

Padri, nonni e figli: Merdan detta la regola, Metin tra due fuochi, e un “ti scappo” che diventa destino. La linea maschile della serie vibra come un filo d’acciaio. Merdan, nonno-lama, “intervista” Serdar con mezzo sorriso e due minacce poetiche: chi sta con Çınar dica tutto o si scava la fossa. Metin viene convocato dal capo: il tono è amabile, la stretta è di ferro. In prigione, la conversazione più tesa: madre e figlio separati da un vetro, Engin che si vanta di aver previsto ogni mossa, di aver trasformato vittime in carnefici e viceversa. “Posso farti evadere,” sussurra lei a denti stretti, e per un istante la morale vacilla sotto il peso dell’amore cieco. Mentre Ilgaz sceglie di lasciare il fascicolo Elif ad altri per evitare conflitti, capiamo il credo della serie: la legge non basta se il cuore ne buca le pagine, ma il cuore senza legge brucia tutto il resto.

Cliffhanger a fuoco: un biglietto firmato “Merdan”, un libro che insegna la regola d’oro, e la bomba che non abbiamo ancora visto esplodere. Nel reparto, la dottoressa conferma: dentro la flebo c’era un cocktail di veleni domestici. “Salvata per un soffio,” ripete. In sala d’attesa arriva un pacco: il libro “Il dubbio favorisce l’imputato”, firmato per Ilgaz e per “la sua sposa”, con la calligrafia affilata di Şahver e un nome scritto a lato: Merdan. Un promemoria letterario che suona come condanna e salvezza insieme. Intanto, Parla viene stabilizzata, ma sul tavolo di Ceylin atterra un messaggio che gela: “Non serve che sia fuori per farvi male. Se vuoi proteggere chi ami, porta a termine ciò che ti ho chiesto.” Engin non ha bisogno di evadere per colpire: la sua arma è il tempo. L’episodio si chiude con tre conti aperti: Meltem davanti al giudice per tentato infanticidio, Zafer disperso sotto un cielo che sa di terra smossa, e l’ora X di Engin che incombe. E tu, da che parte stai? Denunceresti subito la rete di ricatti, anche se rischi di perdere chi ami, o giocheresti d’astuzia fino alle 18.00? Condividi l’articolo e iscriviti: Yargı 36 ha solo acceso la miccia; nei prossimi minuti capiremo chi tiene il fiammifero e chi, invece, sta già bruciando.