Yargı 41: una notte di sirene, un cadavere nel bosco e una sospettata che non ricorda

Le prime luci non hanno il coraggio di entrare quando la radio gracchia: l’auto con cui il detenuto è fuggito è parcheggiata davanti a casa, la borsa dell’avvocata è dentro, la porta è chiusa, dall’interno nessun segno di vita. “Sono andati a piedi, verso il bosco,” mormora l’agente, e l’aria si fa stretta. La centrale rilancia coordinate, i lampeggianti incidono il margine della foresta. In una radura, tra fango e aghi di pino, il colpo allo stomaco: un uomo a terra, colpito al cuore, proiettile entrato tra le costole e uscito dalla schiena. “Tre ore fa,” stima il medico legale. Poco più in là, sull’asfalto, trovano Ceylin, sporca di terra, confusa, una ferita alla testa e il vuoto totale in memoria. In ospedale il protocollo è freddo ma necessario: TAC, tamponi, la conferma che non ci sono segni di violenza sessuale, solo lividi, disidratazione, shock. Lei guarda il soffitto e sussurra: “Non ricordo niente.” Intanto la scientifica raccoglie due bossoli, una traccia di scarpa, un orologio da donna brillato nell’erba. Lo sguardo dei poliziotti si incastra: sembra il suo. Le domande cominciano a bruciare ancora prima di avere una voce.

Il nome sul referto: Engin è morto, e la città trattiene il respiro

La telefonata che nessun padre dovrebbe ricevere arriva secca: “Yekta Bey, dobbiamo parlare.” È Engin, trovato nel bosco di Şile Yeniköy, ucciso con un solo colpo al cuore. In pochi minuti la catena si mette in moto: il P.M. Pars si raddrizza, Eren coordina, Ilgaz sente scricchiolare il mondo sotto i piedi. È un mestiere che indurisce: scrivi “cadavere maschile”, misuri i passi, tracci mappe; ma quando devi bussare a una porta e dire “era vostro figlio”, la lingua pesa come pietra. La squadra allarga il perimetro, trova il secondo proiettile, incrocia ospiti di bungalow, portieri, guardiani. Un tassello dopo l’altro, la scena del crimine respira. Ma la notizia corre più veloce delle procedure: Yekta, l’avvocato predatore e padre imperfetto, implode in una questura dove niente è pronto per contenere un dolore così affilato. “Chi gliel’ha fatto? Trovatelo,” urla, e ogni sillaba è benzina su una brace che già cova.

Le prove puntano a Ceylin: un orologio nell’erba e un’impronta sulla pistola

Nella stanza interrogatori Eren posa i fogli come si posano coltelli. “Sulla possibile arma del delitto c’è un’impronta utile. L’orologio trovato in radura sembra il tuo.” Ceylin stringe la coperta come fosse un’ancora: “Non ricordo.” Non è scena, dicono i medici: trauma cranico, shock, parametri in caduta e poi risalita con il siero. Ilgaz entra ed esce dall’ufficio come un pendolo che rifiuta l’inerzia: Pars gli vieta la scena, gli intima distanza, ma lui scivola tra i varchi dell’orgoglio e dell’amore. “Se la accusano per un omicidio che non ha commesso, io guardo,” taglia corto. All’esterno, il coro di procedure non perdona: tampone alle mani, catena di custodia, rapporti incrociati tra balistica e impronte. Il quadro, per ora, è un cerchio che si stringe su di lei. Ma un cerchio non è la verità: è solo la forma che prende un’indagine quando i pezzi easy combaciano troppo in fretta.

Yekta contro il vetro: accusa, lutto e un passato che torna a mordere

Il corridoio si apre come una gola quando Yekta spinge fino alla sala fermati. “Dov’è Ceylin? Dov’è l’assassina di mio figlio?” Le guardie tentano di contenerlo, ma il dolore ha il pass. Quello che urla è più di un’accusa: è il bilancio di un padre che ha amato tardi e male. “Ti ha cancellato per lei,” sputa verso Ilgaz, e l’eco rimbalza nell’atrio come una vergogna pubblica. Laçin, madre lacerata, non riesce a reggersi: “Gli hanno spaccato il cuore,” ripete, “almeno in prigione sarebbe vivo.” La ferocia del lutto cerca un colpevole a prescindere, la città guarda e sentenzia con la fretta dei social. Ma dentro la macchina della giustizia, le cose pesano ancora: Eren annota le incongruenze, il medico legale conferma tempi e traiettorie, la scientifica corre contro il laboratorio per una conferma definitiva sull’arma. Se la pistola è “di casa”, chi l’ha maneggiata prima? Perché Ceylin ha terra e polvere ma non sangue? E da dove viene quel colpo alla testa cronologicamente rispetto all’omicidio?

La linea sottile tra colpa e innocenza: Ilgaz promette verità, la notte promette altre ferite

Quando finalmente la calmiera cede, Ilgaz si siede accanto a Ceylin. Non promette miracoli, promette metodo: “Troverò cosa è successo. Lo dimostrerò.” Fuori, Eren ordina cibo e calma, poi si rimangia la calma con una notizia: il match d’impronte c’è, l’orologio è quasi certamente il suo. Si profilano 24 ore di custodia cautelare, una richiesta del P.M., un interrogatorio che sarà un campo minato. Ma Yargı insegna sempre la stessa lezione: la verità non arriva in linea retta. Qualcuno ha mentito, qualcuno ha visto e non sa di aver visto, qualcuno ha spostato un oggetto, forse ha “restituito” alla scena il pezzo che mancava. Nel bosco restano orme, nel telefono restano silenzi, nelle pieghe del rapporto restano tempi che non combaciano. E mentre il dolore di un padre chiede giustizia come si chiede una punizione, la legge prova a restare fredda. Resta con noi: il capitolo 41 ha appena messo il dito sulla ferita. Le prossime ore decideranno se Ceylin è il bersaglio perfetto o il centro di un disegno più grande. Condividi le tue teorie, torna a leggere: quando la memoria tace, parlano i dettagli. E in Yargı, i dettagli non sbagliano mai.