YILDIZ: L’INGANNO PERFETTO | KEMAL CROLLA PER LA GELOSIA! Forbidden Fruit!
La villa Argun, quella sera, sembrava respirare come un animale ferito: lenta, inquieta, consapevole che un equilibrio invisibile si era incrinato e che nulla sarebbe più tornato com’era. Yildiz attraversava le stanze come un’ombra elegante, con quel sorriso che non raggiungeva mai davvero gli occhi, portando dentro di sé il peso – e il piacere – di ogni parola sussurrata al momento giusto, di ogni silenzio calcolato, di ogni verità abilmente piegata. Mentre Halit osservava la fragilità di Lila e Zerrin scavava risposte che non possedeva, nessuno intuiva che l’intera giornata era stata orchestrata dalle mani sottili di Yildiz. Lei aveva guidato Halit verso la decisione di invitare Emir, aveva saputo leggere la debolezza della ragazza, aveva costruito un argine per proteggerla da una verità devastante: ciò che aveva visto quella mattina, quella porta socchiusa, quel frammento di realtà proibita tra lei e Kemal.
Il mattino seguente, la villa si svegliò sotto una luce pallida, e il mondo sembrò sospeso tra ciò che era stato e ciò che stava per accadere. Kemal percorreva le scale con un pensiero fisso, ostinato, quasi doloroso: Yildiz. Non Zehra, non la casa, non il matrimonio impeccabile che mostrava agli altri. Alla palestra, l’aria di sudore e musica ritmata non bastò a sciogliere il nodo che lo soffocava. Zehra cercò di avvicinarsi, ma la distanza con suo marito era un muro invisibile. E quando Yildiz varcò la porta della sala d’allenamento, lo sguardo di Kemal si accese come una fiamma incontrollabile. Ogni colpo sul sacco diventò una confessione muta, ogni muscolo teso una domanda senza risposta. La gelosia, quella gelosia proibita che non aveva mai smesso di bruciare, esplose senza freni quando vide Alper posare le mani sulla vita di Yildiz. Era un gesto professionale, innocuo, ma per Kemal fu un’umiliazione, un torto personale, un tradimento che non aveva alcun diritto di provare e che invece lo consumava.
La tensione continuò a salire come un’inondazione silenziosa. A casa, Kemal non riuscì a trattenersi e affrontò Yildiz con parole cariche di un desiderio che sapeva essere sbagliato, ma impossibile da spegnere. Lei lo guardò come si guarda un uomo che ha perso l’equilibrio, un uomo che ha lasciato che il passato si trasformasse in ossessione. «Non sei tu a decidere chi può starmi vicino», gli disse, tagliente come una lama affilata. E quando a cena Kemal cercò di screditare Alper davanti a Halit, la scintilla divenne incendio. Halit, geloso e furioso, proibì a Yildiz di tornare in palestra. Lei sorrise, ma era un sorriso che prometteva tempesta. Perché dietro quel divieto, dietro quegli sguardi accesi, c’era la mano di un uomo che non riusciva a controllarsi. Ed era la mano di Kemal.
Il mattino dopo, la villa offrì a Yildiz la prova definitiva. Un enorme mazzo di rose rosse, troppo eleganti, troppo perfette, attendeva all’ingresso. Accanto, un biglietto firmato da Alper. Un dettaglio così stonato da risultare immediatamente sospetto. Halit esplose come una furia, e il suo giudizio si abbatté su Yildiz senza darle il tempo di difendersi. Lei rimase immobile solo un istante, poi gli occhi si accesero di una consapevolezza letale. Sapeva chi c’era dietro. Non un ammiratore. Non un gesto spontaneo. Ma la gelosia di Kemal, quella gelosia antica, malata, pronta a distruggere tutto pur di restare attaccata a un amore che non aveva più diritto di esistere. Così uscì a cercarlo, non con dolcezza, ma con la furia di una donna che non accetta più di essere trascinata nelle ossessioni di un altro.
Lo trovò vicino alla piscina, l’aria fredda che tremava attorno a loro come un presagio. «È opera tua», disse Yildiz, e la sua voce non ammetteva repliche. Kemal non negò: il suo volto rivelava troppo. Disse di averla voluta proteggere, ma Yildiz rise amaramente. «Tu non mi devi niente. E non hai alcun diritto di essere geloso.» Lui fece un passo verso di lei, carico di desiderio e rabbia. «Non posso vederti mentre un altro ti tocca.» «Non puoi perché lo vuoi», rispose lei, glaciale. «E se non smetti, ti rovino.» Kemal, con il respiro spezzato, confessò ciò che non avrebbe mai dovuto dire: che era già rovinato da lei. Yildiz si allontanò lentamente, lasciando dietro di sé un uomo sconfitto dalla propria ossessione. E mentre rientrava nella villa, capì che se lui non avrebbe posto fine alla sua gelosia, lo avrebbe fatto lei. Con una mossa precisa, devastante. Una mossa capace di azzerare tutto. Anche lui.